Generale Vannacci,
scrivo questa lettera partendo da un presupposto chiaro, netto, inequivocabile: io non la voterò mai.
E non per antipatia personale, che pure esiste, ma per una convinzione politica profonda. Lei, dal mio punto di vista, rappresenta una figura politicamente pericolosa.
Io provengo da una destra che si chiamava Alleanza Nazionale. Una destra che, con fatica e non senza contraddizioni, aveva provato a fare una cosa difficile ma necessaria: allontanarsi dai cliché di un post-fascismo ignorante, folkloristico, culturalmente povero. Una destra che aveva tentato di costruire una grammatica politica moderna, istituzionale, capace di stare dentro la democrazia liberale senza complessi ma anche senza nostalgie.
Lei, Generale, non solo torna indietro rispetto a quel percorso, ma lo fa nel modo peggiore possibile: senza una struttura di pensiero politico, senza una mediazione dei messaggi, senza il senso del limite che dovrebbe accompagnare chi aspira a rappresentare le istituzioni. Le sue affermazioni sulle classi divise per bambini “non autosufficienti”, sui “gay non normali”, sul “prima vengono gli italiani e poi il diritto”, fino ad arrivare alle sue disinvolte rivalutazioni di Mussolini come statista e ai richiami identitari alla Xª Mas, compongono un mosaico inquietante, tutte affermazioni che la dicono lunga sulla qualità e sulla profondità della visione politica.
Non siamo davanti a un programma politico, ma a una sequenza di provocazioni. Non a una visione, ma a slogan lanciati scientemente per dividere, urtare, polarizzare. Difesi poi, puntualmente, sul piano esclusivamente semantico, come se il problema fosse la parola e non il concetto. Come se bastasse rifugiarsi nella precisione linguistica per cancellare il peso storico, culturale e morale di ciò che si afferma.
Il punto è questo: lei non sta facendo politica, sta facendo rumore.
E nel farlo raccoglie il peggio, attirando tutto ciò che cerca una scorciatoia identitaria, un nemico facile, un passato mitizzato perché incapace di reggere il presente. Così facendo allontana definitivamente l’area del moderatismo, quella parte di Paese che chiede ordine, sicurezza e sovranità, ma anche diritto, equilibrio, responsabilità istituzionale.
Quando lei afferma che “prima vengono gli italiani e poi il diritto”, compie un’operazione gravissima. Non è uno slogan innocuo. È la cancellazione di secoli di civiltà giuridica fondata sul diritto romano, sul principio che la legge precede l’arbitrio, precede l’appartenenza, precede l’emotività del momento. Senza il diritto non c’è Stato, c’è solo forza. E la forza, la storia insegna, non costruisce nazioni: le distrugge.
Sono concetti pericolosi, Generale. Concetti che solo dieci anni fa, se pronunciati da un consigliere comunale qualunque in un’aula consiliare, avrebbero garantito l’apertura dei giornali il giorno seguente, giustamente in negativo. Oggi lei li ripete, li rivendica, se ne vanta. E questo dice molto non solo di lei, ma del degrado del dibattito pubblico che stiamo tollerando.
Il suo partito, Futuro Nazionale, nel nome promette una prospettiva, ma nei contenuti guarda ostinatamente all’indietro. Non governa la complessità, la semplifica brutalmente. Non costruisce una cultura politica, la riduce a tifoseria. Non educa, istiga. È una scorciatoia, e le scorciatoie in politica finiscono sempre allo stesso modo: consenso rapido per pochi, macerie per molti.
Lei, Generale, rischia di essere l’ennesimo apprendista stregone della politica italiana. Uno di quelli che la magia l’hanno fatta per sé, per la propria visibilità, e che alla fine consegnano agli italiani solo divisioni, radicalizzazione e un Paese più fragile di prima.
Io non la voterò mai.
E glielo dico non da avversario ideologico di sinistra, ma da uomo di destra che crede ancora che la destra debba essere una cosa seria, responsabile, colta e istituzionale. Tutto ciò che oggi, francamente, lei non rappresenta.
Rinaldi Bruno

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