Il primo insegnamento alla scuola di partito era ‘mai l’opposizione può votare un provvedimento finanziario e di bilancio della maggioranza. Neanche ci fosse una guerra e ci si dovesse comprare i carrarmati’. Alle Frattocchie ,tempio formativo dei quadri comunisti, insegnavano la stessa cosa, magari con esempi più idonei al contesto. Nella bufera che si sta abbattendo sulle incapacità di questo governo, registrate persino dalla grande stampa e dai circoli stranieri, l’opposizione patriottica ha fatto il contrario del sacro principio. Raramente si è visto un errore di queste dimensioni. Le motivazioni non migliorano il quadro. Si è detto che così ‘è stata tenuta unita la coalizione di centro destra “e che “abbiamo costretto il governo ad accogliere le nostre proposte”. B. bisognoso di un provvedimento ad hoc per le sue aziende, ha negoziato il suo voto con l’emissione del provvedimento. Accordo digerito da tutta la maggioranza, tantoché’ il presidente della Camera ha definito il salva Mediaset “doveroso “per la difesa delle aziende italiane. B. non ha interesse a entrare nella maggioranza ma ad avervi rapporti per aver voce in capitolo per le sue aziende e a partecipare al deep state per mano della sua anima nera Gianni Letta.L’ unità della coalizione non c’entra nulla. Dopo la riabilitazione di B da parte del PPE ,il suo ingresso nel gotha della catena di comando dell’Ue, i sedicenti alleati lega e di, sarebbero compagni di viaggio dannosi e impresentabili. La Lega è in UE con la Le Pen e la Meloni è presidente di un gruppo dal nome suggestivo -conservatori e riformisti -di cui con l’uscita dei deputati britannici dei contenuti originari non è rimasto nulla. L’etichetta è invariata, ma nel barattolo c’è sale reazionario polacco non zucchero liberale anglosassone. A Roma la coalizione non c’è più da tempo, per gli interessi divergenti, per la competizione fra Salvini e Meloni, per l’inutilità di ogni alleanza posto che si ragiona in termini proporzionali e non con prospettiva maggioritaria. Non vorrei che Salvini e Meloni, come dei principianti, pensassero che per la presidenza della repubblica prossima ventura, la sedicente coalizione se unita, potrebbe aver peso nella scelta. Nella realtà con il voto favorevole hanno restituito centralità a un uomo politicamente in attesa di esumazione, accreditandogli la potestà di traino con la sua scialuppa e il suo carisma ai bastimenti pieni di schede del duo para sovranista. Sarà lui, non la immaginaria coalizione ad aver voce in capitolo in quel frangente, negoziando lui il nominativo e decidendo lui con quale maggioranza portarlo al Quirinale. Oltre la resurrezione di B il voto favorevole ha consentito di riprendere fiato al governo e alla sua conclamata approssimazione, alla sua criticatissima gestione sanitaria economica finanziaria dell’epidemia. Con il voto hanno rimesso in pista le forze di maggioranza in lite permanente, affondate dalla figuretta calabrese, dalla mancanza di strategie, dalle promesse disattese, dai bonus a uria, da una gestione totalitaria e quasi unipersonale che li aveva snobbati e anche umiliati. Hanno avallato la politica dei sussidi, le prediche strumentali del Colle, legittimato l’assenza di un progetto, dando prova anche di non averne uno proprio se non la diversa destinazione delle elemosine governative. Un disastro e la verifica che l’insostenibile leggerezza dell’opposizione non è seconda all’insopportabile pesantezza della maggioranza.

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