Le guerre velocizzano i processi  e i cambiamenti. Così anche il conflitto ucraino.

La prima constatazione è il ritorno alla consapevolezza della precarietà di quello che si pensava  consolidato e immodificabile. La libertà e il rapporto comunque incruento fra stati  di questo continente non è scontato. L’Europa ha brutalmente capito che pace e democrazia non sono gratis e che adeguate risorse andranno destinate a rafforzare questi fondamenti di cui avevamo dimenticato la fragilità.

La pace si assicura con un armamento competitivo e dissuasivo.

L’Ucraina è la conferma di quello che gia’ 2.000 anni fa insegnava la pax romana ‘ si vis pacem para bellum’ (se vuoi la pace tieniti pronto alla guerra).

Se in Europa è ritornata praticabile la guerra d’invasione via terra da parte di chi è militarmente organizzato e invincibile, il pericolo è per tutti.

Tantopiù che non ci sono in campo contendenti  di interesse regionale.

Qui guerreggia la Russia, una potenza mondiale e viene invasa una grande nazione di 45milioni di persone ( come la Spagna), sparsi in una superficie pari al doppio di quella dell’Italia.

Se l’aggressore è Golia, se è determinato e ha scopi geopolitici chiari e in più fondamenti valoriali consolidati, tutto il continente è automaticamente a rischio e in prima linea.

Diviene percepibile che sarebbe potuto toccare o potrebbe toccare a ciascuno dei paesi europei. Fino a Lisbona.

Da adesso in poi il continente vivrá sotto questo ricatto e con una minaccia nucleare tutt’altro che teorica vista la disinvoltura di Putin e c. a utilizzare l’argomento.

Paghiamo anche i nostri errori, le nostre miopie, le nostre supponenze.

Non si può in nome del finanziarismo e del capitalismo speculativo spingere all’infinito la massima, ‘pecunia non olet’ (il denaro non ha odore)

Quello russo puzza. Adesso puzza troppo.

La riorganizzazione dell’Europa sulla scorta della lezione in corso ha dei capisaldi.

Abbiamo visto che non c’è pace senza forze di dissuasione. Nè c’è sicurezza senza unione dei paesi in pericolo, ne’ speranza di successo senza autonomia d’azione.

Nè libertà se chi attenta ai nostri diritti è colui che fornisce la gran parte delle fonti energetiche.

Non pare che ci sia spazio per fasi interlocutorie e impiego possente di risorse per transizioni ecologiche e sistemi economici finanziariamente appetibili.

Sembra necessario dare impulso alle attività di produzione e di scambio di beni che contribuiscano all’autosufficienza e all’utilizzo di fonti energetiche di semplice acquisizione.

La consapevolezza che i paesi europei sono in prima linea e che dinanzi a loro non c’è ‘il deserto dei tartari’, ma i tartari in carne e ossa impone antidoti efficaci.

Rappresentare un avamposto di un’alleanza che ha per obbiettivo principale l’integrità territoriale e interessi transoceanici, non risponde alle esigenze oggi in campo.

Il  destino degli avamposti è noto. Vengono sacrificati per salvare la città imperiale.

La guerra in atto accelera il processo egemonico dell’est del mondo( russia cina india ) che rappresenta  metà della popolazione mondiale e confina con i paesi europei senza che neanche un braccio di mare ne interrompa la continuità territoriale.

Non è nelle cose e nella logica che chi ha un paio di oceani a propria salvaguardia, vi rinunci per soccorrere l’avamposto in difficoltà.

Se questo pare uno scenario futuribile, si faccia avanti chi pensava solo 60 giorni fa  fa che una guerra d’invasione via terra, con bombardamenti sui civili, missili sulle centrali nucleari e aperti accenni sulla possibile deriva nucleare del conflitto, potesse ritenersi immaginabile nel cuore d’Europa in luoghi distanti dai nostri confini quanto  Londra lo è da Roma. Se nessuno si alza allora è bene mettere a fuoco che dovrebbero cessare la ricreazione, l’ora del dilettante, il governo dei bugiardi.

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