In Italia c’è nelle Guardie mediche 1 sanitario ogni 5200 cittadini ,1 giudice ogni 5000,1 dottore di base ogni 1200 adulti,1 pediatra ogni 990 bambini,1 insegnante ogni 10 studenti. I numeri sono anomali in sé e nel paragone fra pubblici servizi. Neppure una istruzione dedicata a funzioni di servizio sociale, più che formative, sembrerebbe giustificare un simile rapporto numerico e dovrebbe stupire sentir affermare che ‘mancano docenti’.

L’impressione è di avere a che fare con un sistema che non trova né funzionalità né efficacia, né plausibilità’ intrinseca. Il pianeta-scuola appare come un grosso convoglio che più che deputato all’istruzione pubblica e alla formazione, sembra servire ad intraprendere due diversi percorsi: un itinerario assistito degli studenti per il conseguimento di un titolo di studio purchessia e un ufficio di collocamento per i docenti, in perenne funzionamento e mai sazio. Chi fa risalire questo male oscuro della scuola al fatto che essa è stata palestra di applicazione della teoria gramsciana dell’egemonia culturale, offre una lettura nobile e riduttiva insieme. Si è più vicini alla realtà se si rammenta il detto “ai democristiani le poste e le partecipazioni statali. Ai comunisti scuola, cultura, università’”.

Seguì la politicizzazione e la sindacalizzazione dei comparti, la proliferazione di posti e cattedre, gestita dagli apparati dei partiti. Nella scuola vi fu un’espansione di percorsi didattici attenti alla conoscenza diffusa utile all’agone politico, coerenti con la ipovalutazione della selezione per merito e con il disinteresse al rapporto scuola -libera impresa. Nel tempo gli orientamenti sono divenuti così egemoni che le opposizioni affrontano il tema quasi esclusivamente sul piano occupazionale e sindacale. Di originale vi aggiungono la difesa degli istituti di istruzione paritaria, noti più per il loro orientamento religioso che per la loro qualità’. Il dibattito si riduce così a disquisire sul sì il no al plexiglass, alla adeguatezza del ministro, ai limiti e ai pregi delle video lezioni, agli auspici per il ritorno a scuola. L’assenza di strategie convincenti è un deficit sul futuro del paese.

Si dovrebbe dar corso a una specie di rivoluzione copernicana, che incidesse su metodi sedimentati, tenuti insieme da interessi consolidati e convergenti. Sarebbe importante separare l’aspetto sociologico-assistenziale da quello formativo, il capitolo della collocazione del corpo docente, dalla qualità dell’insegnamento. Sarebbe saliente ripristinare le valutazioni di merito e percorsi che diano formazione sui tratti fondamentali della cultura della comunità’ e che rispondano quanto a profili professionali, alla fotografia del mondo della produzione e del lavoro, oltre alla riformulazione del cosiddetto ascensore sociale. Non è inascoltabile retorica quella che ripete che molto del progresso di una società dipende da un’istruzione adeguata e dagli investimenti in quel settore, anche a cura del mondo produttivo. L’esempio più’ evidente e recente viene dalla Grecia.

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