Il mondo giudiziario in crisi permanente con organici e mezzi insufficienti, alcuni magistrati sempre meno attendibili, il sospetto che incomba talvolta il movente politico, gli strumenti processuali lenti, inefficienti, farraginosi, le pene o insufficienti o esageratamente vessatorie. Dire che questa è la fotografia della situazione italiana è facile e sommario insieme. Manca il pezzo forte: la prescrizione penale. Semplificando, con la riforma dei 5stelle e Lega e confermata dal pd, la prescrizione interrompe il suo decorso dopo la sentenza di primo grado. Se il cittadino incappa in un processo, dopo il primo grado, sia se assolto sia se condannato, può stare tutta la vita sotto giudizio.

La prescrizione è un principio che esiste da quando esiste la democrazia, cioè sin dall’Atene di Pericle. La prescrizione determina che un reato a seconda della gravità ha un limite temporale alla sua punibilità’. È un principio che consente il regolare andamento della giustizia, prende atto che il tempo ha una sua funzione anche in questo campo. Reati gravissimi, l’omicidio per esempio, non hanno prescrizione. Vanno sempre perseguiti. Un furto semplice può considerarsi estinto dopo un certo numero di anni. Facile intendere che se si mantenesse la punibilità eterna di tutti i reati la giustizia si bloccherebbe, si renderebbe difficoltoso l’accertamento della verità, il reperimento delle prove, il diritto di difesa, l’interesse dell’ordinamento a non disperdere energie in indagini con interesse sociale attenuato dal decorso del tempo. Con la riforma sovranpopulista, millenni di cultura giuridica e di libertà passano in seconda linea, di fronte all’ansia giustizialista. Più’ o meno consapevolmente si è istituito un mezzo di coazione, potenzialmente ricattatorio contro avversari politici e non. La giustizia penale si fa mezzo di lotta politica e di soppressione di diritti. Quanti dicevano di opporsi a questo salto indietro hanno brillato per incapacità nel non proporre la non difficile soluzione. L’ignoranza ha favorito la confusione fra prescrizione del reato e durata del processo. Se viene commesso un reato non gravissimo, non sarà più perseguibile dopo una certa data dal fatto. Se per esempio si tratta di furto semplice, dopo 7anni e 6 mesi non se ne parla più. Ma se si apre un procedimento -anche il giorno prima della scadenza di quella data -dovrebbe entrare in ballo un nuovo termine: quello della durata del processo. Si dovrebbe fissare quanto si può tenere sotto giudizio un cittadino, apprezzando il principio costituzionale della ragionevole durata del processo. In questo semplice modo si tutela il diritto del cittadino alla giusta durata dei processi e si impedisce di utilizzare un istituto improprio per tentare di sfuggire ai giudicati. In Italia non funziona così e nessuno a quanto pare si è posto il problema, anche se negli altri paesi simili al nostro, la differenza fra prescrizione penale e durata del processo sia ben presente e venga applicata. È una riprova di quanto sia avvelenato il clima. Si preferisce polemizzare anziché’ risolvere, fare spot invece di buone leggi, pregiudicando il progresso della comunità’. Un mainstream fasullo, una polemica rozza, il disprezzo dello stato di diritto, l’ignoranza di classe dirigente e media, sta avvolgendo ogni cosa. A discapito di cittadini, comunità’, diritti, libertà, efficienza, ma a vantaggio di coloro che nei campi dedicati occupano sovente senza merito i posti chiave e di potere.

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