Mario Draghi, direttore esecutivo della World Bank di Washington, il cui board è di competenza del Governo U.S.A., è chiamato alla direzione generale del Tesoro dal ministro Guido Carli, già governatore della Banca d’Italia. Costui assicura continuità alla sua politica economica e chiama il miglior tecnocrate e in più di matrice cattolica, come lui. Draghi resterà al ministero 10 anni e determinerà i processi più significativi nel cammino verso il governo della finanza e la globalizzazione dell’economia speculativa. L’esordio è col botto. Draghi tiene la relazione introduttiva al meeting di cui è mossiere, del 2 giugno 1992, sul panfilo della casa reale britannica Britannia. Vi partecipavano i più alti rappresentanti della finanza internazionale, specie di matrice angloamericana, i vertici delle maggiori aziende di Stato, Azelio Ciampi, presidente di Bankitalia e altri. In quel consesso si dette il via alle privatizzazioni del patrimonio nazionale, con le cessioni di IRI, Telecom, Eni, Enel, Credit, Comit e altri. Autore di iniziative sui cosiddetti ‘derivati’ è accusato da più parti di aver favorito le banche d’affari anche in quest’occasione. È l’autore della riforma della Borsa. Il D.L, denominato ’legge Draghi’ rivoluziona il sistema borsistico italiano. Gli investimenti in Borsa si orientavano quasi esclusivamente nel debito pubblico, le transazioni erano in lire e c’era una visione pubblicistica della Borsa. Si disse che si apriva il “piccolo mondo antico“ della Borsa al mercato internazionale, alla modernità. Si garantivano un aumento esponenziale delle società quotate, la liberazione dalle compagini a base familiare, un’immissione di capitali nel ciclo produttivo dell’azienda. I risultati furono diversi. Le aziende quotate non si moltiplicarono, né le società familiari vennero accantonate, né i capitali fecero rifiorire le produzioni. Qualcosa mutò: la Borsa italiana finì nelle mani di Londra, il mercato è per il 90% in mani internazionali e al posto del debito pubblico si negoziano massimamente obbligazioni aziendali e futures. Draghi fu al Tesoro sia nella nella 1a che nella 2a repubblica e ivi si mantenne sia che governassero gli uni o gli altri, non deviando dal progetto finanziarista. Con l’avvento dell’euro Draghi cambiò tolda di comando e divenne Governatore della Banca d’Italia. Ma non fu un passaggio diretto in un percorso di natura “pubblica”. Infatti, gestite le ’privatizzazioni’, e le altre iniziative, la Banca d’affari più importante del pianeta, lo chiamò nel suo board (comitato esecutivo) e lo fece responsabile delle politiche di sviluppo europeo dell’istituto. Certuni attribuiscono questa chiamata all’avvenuta cessione a prezzi a loro giudizio non competitivi, del patrimonio immobiliare Eni a Goldman Sachs e dei vantaggi scaturiti dalle sue iniziative. Visione non condivisa. Non sarebbe coerente con la storia e il prestigio di Draghi un incarico compensativo, né valevole per un ente che fa degli affari e del profitto il proprio legittimo fine. L’incarico risponde a una logica complessiva di impiego che il mondo finanziario mondiale fa delle sue migliori risorse, utilizzando le posizioni e le conoscenze acquisite nel pubblico per facilitare lo sviluppo degli interessi privati. Questo passaggio evidenziò il contesto dell’itinerario di Draghi, le strategie, gli scopi, diversi dall’interesse dei cittadini e della pubblica amministrazione, come esplicitò in seguito il presidente emerito Francesco Cossiga.
( continua)

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