Si e’ aperto un dibattito interessante sulla questione province con autorevoli contributi. Come qualcuno sa mi occupo della questione e intervengo per il Pdl in aula sul tema. In tempo di campagne pesanti sui costi della politica fare riflessioni pacate non e’ facile. Va detto che lo scopo di una riforma istituzionale non e’ solo risparmiare, scopo lodevole ma non certo sufficiente per variare gli assetti istituzionali e costituzionali. Il cuore del problema e’ rendere efficiente il sistema istituzionale e coerente allo sviluppo del territorio. In Italia si contano dai 13 ai 15 livelli decisionali, certuni costituzionalmente asseverati, altri con leggi nazionali o regionali. Non mancano neppure enti costituiti con delibere provinciali o addirittura municipali. Lo stato dell’arte e’ questo. Lo sfoltimento oggi e’ obbligatorio non solo per questioni di costi, ma di efficienza. Si badi, la moltiplicazione dei livelli decisionali fu prima che una scelta clientelare, una scelta politica: di controllo democratico si diceva ed era un cavallo di battaglia della sinistra, legittima e rispettabile. Anche perché la capacità decisoria unificante dei partiti nella prima repubblica garantiva fluidità’ al sistema. Oggi invece c’e l’intoppo ad ogni curva. Inoltre l’ accelerazione dei processi decisori nella vita quotidiana e l’importanza assunta dal fattore tempo ai fini dell’efficacia, non consente più la sopravvivenza di questi meccanismi. Allora bisogna immaginare un sistema istituzionale semplificato che tolga di mezzo tutti i livelli decisionali non costituzionalmente previsti. Su questo ci sono infinite resistenze. Eliminare gli Ato ( in Toscana abbiamo addirittura gli Aato), i distretti, le comunità’ montane, le Asl etc. Questo e’ il primo passaggio al quale si e’ dato avvio con la legge che e’ adesso al Senato ( già’ approvata dalla Camera). Rimane il livello costituzionale. Fermo lo Stato e le regioni e le aree metropolitane ed i comuni, si invoca la soppressione delle province. Lo sviluppo d’area prevede un’area omogenea, adeguatamente antropizzata, che possa ottimizzare produzione, servizi, qualità’ della vita, vocazioni del territorio. A questo punto insorge la constatazione che il comune (entità’ radicatissima) e che sembrerebbe l’ente più adatto,in realtà non può’ assolvere questa funzione a causa delle sue dimensioni. Infatti oltre i tre quarti  dei comuni italiani hanno meno di cinquemila abitanti .Alcuni avevano pensato ai macrocomuni. Come qualcuno sa anche in provincia di Arezzo ho caldeggiato le campagne ‘un comune una valle’, immaginando 5 macrocomuni ( le 4 valli e Arezzo e comuni confinanti). Con conseguente abolizione delle province. Purtroppo non funziona perché’ la municipalità’ e’ vissuta come valore irrinunciabile. Allora come soluzione si e’ pensato all’abolizione di queste province non rispondenti per lo più alle necessità dello sviluppo d’area e a responsabilizzare l’ente di alta programmazione territoriale (Regioni) con il fine della sinergia fra istituzioni e sviluppo ad avere la facoltà’ di istituire enti territoriali intermedi funzionali. A costo zero per lo Stato e con il fine esclusivo dell’efficacia delle azioni per lo sviluppo d’area. Con questo scopo l’ente intermedio ingloberebbe tutto quanto non costituzionalmente previsto. Ecco perché’ l’abolizione delle province sic et simpliciter avrebbe impedito la riduzione reale dei costi e soprattutto avrebbe lasciato irrisolto il tema del’ efficienza. Fuori dalla vulgata  e della polemica spicciola di questo con serietà’ e con sufficiente sintonia i due maggiori partiti si confrontano in prima commissione su proposte abbastanza simili ,una delle quali vede anche la mia firma.

Maurizio Bianconi

Vicepresidente Gruppo PdL – Camera dei deputati

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