9 novembre 1989-24 febbraio 2022: sono le due date che segnano l’inizio e la fine dell’illusione per cui, con il crollo del Muro di Berlino e la sconfitta dell’Impero sovietico, il mondo fosse avviato verso la fine della storia con il trionfo delle democrazie. Con l’invasione dell’Ucraina, infatti, la cortina di ferro che era caduta senza spargimenti di sangue è stata di nuovo alzata con nuovi, provvisori e pericolosi confini, perché la Grande Madre Russia di Putin si è ripresa lo spazio vitale ad Ovest e apparecchia il suo apparato militare vicino ai suoi ex Paesi satelliti passati sul fronte occidentale. Siamo insomma già dentro una nuova Guerra Fredda, con le democrazie assediate dalle autocrazie, in un equilibrio geopolitico ancora tutto da definire ma che pende decisamente dalla parte dei nemici dell’Occidente. C’è un unico punto fermo rimasto immutato in questi trentatré anni: l’Europa che, da allora a oggi, è rimasta un gigante incompiuto, con l’aggravante che oltre a dipendere militarmente dagli Stati Uniti, ora è anche schiava economicamente del gas russo, un’arma di ricatto che Putin userà cinicamente per dettare le sue condizioni a guerra finita. La dottrina Putin, insomma, ha definitivamente cancellato le speranze suscitate dalla stagione di Gorbaciov, il liquidatore dei Soviet, e dalla controversa figura di Yeltsin, che appose la sua firma sulla dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Le bombe, le devastazioni e le immagini delle migliaia di auto in fuga da Kiev verso Leopoli, sono tragicamente simili a quelle di mezzo secolo fa, quando per sottrarsi all’oppressione di Mosca, il flusso dei profughi verso l’Occidente attraverso Berlino raggiunse la media di 2600 persone al giorno: un’autentica emorragia umana a cui Kruscev e Ulbricht decisero di porre fine con la costruzione, nella notte fra il 12 e il 13 agosto 1961, del Muro che sarebbe divenuto il simbolo della divisione tra libertà e comunismo. Un Muro che ora improvvisamente risorge sotto altre forme, anche se il comunismo è ormai un relitto della storia: l’imperialismo russo è infatti tornato a reclamare il suo posto di protagonista sulla scena mondiale, e l’Europa dovrà farci amaramente i conti in termini di una difesa comune di cui non si vede ancora traccia, perché i Paesi baltici, la Polonia e la Romania invocano già l’attivazione dell’articolo 4 del Patto atlantico ritenendo minacciata la propria integrità territoriale dall’espansionismo di Mosca.
Il precedente ucraino, inoltre, può diventare l’innesco di altri focolai e di altre potenziali annessioni, soprattutto sullo scacchiere del Far East. Ma questa volta, come nel secolo breve, è di nuovo l’Europa l’epicentro di tutto. La crisi attuale rischia di essere molto più pericolosa di quella che, negli anni Novanta, rimase circoscritta alla disgregazione jugoslava, col suo corollario di genocidi, di pulizia etnica e di conflitti religiosi. Fu una prova atroce in un’epoca storica diversa, in cui risultò decisivo l’intervento degli Stati Uniti, che ora però hanno dismesso l’elmetto di gendarme del mondo. Gli eventi di queste ore sono un brusco risveglio per chi si illudeva che, dopo l’archiviazione di Yalta si fosse stabilito un Nuovo Ordine Mondiale fondato sulla democrazia e sul libero mercato. I carri armati di Putin ci hanno infatti riportati ai giorni più bui del Novecento, e nulla sarà più come prima.

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