Tutti contro Salvini, come se i referendum sulla giustizia fossero un suo fatto personale e non la più grande questione democratica che ha di fronte l’Italia, con la politicizzazione delle procure d’assalto e un protagonismo che ha fatto precipitare la credibilità dell’intera magistratura. L’anniversario di Mani Pulite ha sinistramente ricordato come il vecchio motto “male non fare, paura non avere” non mette in realtà nessuno al sicuro, e dopo la sbornia giustizialista il vaso di Pandora scoperchiato da Palamara ha definitivamente aperto gli occhi all’opinione pubblica. Per cui la raccolta di firme in piena estate registrò una partecipazione oltre le attese. Ora i cinque sì della Consulta sono stati senza ombra di dubbio un successo per il Capitano, che a trent’anni dal cappio leghista esibito alla Camera ha definitivamente varcato il Rubicone garantista.
Ma il difficile deve ancora arrivare, e si chiama quorum, visto che nell’ultimo quarto di secolo non è stato raggiunto in ben sette degli otto referendum indetti, e in quanto la disaffezione degli italiani verso le urne è aumentata in modo esponenziale, fino alle percentuali ridicole delle ultime suppletive. Non a caso circolano già sondaggi mirati secondo cui la maggioranza assoluta degli italiani dichiara o di non aver approfondito i quesiti o, comunque, di non avere intenzione di votare per i referendum. La contraerea, insomma, è già partita in grande stile, e si muove sia sul terreno tecnico-istituzionale che su quello più squisitamente politico. Salvini sa bene che il non raggiungimento del quorum sarebbe per lui una sconfitta cocente, e ha chiesto l’accorpamento fra referendum e amministrative di primavera. Una proposta legittima e ragionevole, ma “fonti accreditate del Viminale” hanno già notificato il pollice verso: l’orientamento sarebbe infatti quello di far celebrare separatamente le due consultazioni per evitare che una influenzi l’altra.
Tradotto dal politichese: la sinistra – e non solo – teme un effetto trascinamento della campagna referendaria sulla giustizia a favore della Lega, e alla Lamorgese non pare il vero di accontentarla.
C’è però un dettaglio che gli anti-Salvini omettono di ricordare: quando il consiglio dei ministri si riunirà per decidere la data dei referendum, e Pd, Cinque Stelle e Leu faranno le barricate per scongiurare l’accorpamento, il Covid sarà probabilmente ancora tra noi, e non sarebbe quindi consigliabile limitare in un solo turno l’afflusso alle urne? Non sarà questa l’indicazione del comitato tecnico scientifico e dei pasdaran del rigorismo sanitario, di cui il ministro Speranza resta il capofila? Ma alla fine prevarrà sicuramente la convenienza politica, ed è ampio il fronte di chi, per fregare Salvini, rischia di far perdere al Paese l’occasione storica di ristabilire il corretto equilibrio fra i poteri dello Stato. Su Letta e Conte, i cui partiti sono le quinte colonne del partito delle procure, sarebbe ridicolo fare affidamento, ma il centrodestra – dopo la partitaccia del Quirinale – potrebbe e dovrebbe mobilitarsi in modo unitario per la vittoria referendaria, non facendo prevalere la tentazione di trasformare Salvini in un’anatra zoppa. Fdi ha annunciato che farà campagna per i no su legge Severino e custodia cautelare, ma già l’indicazione ai suoi elettori di andare a votare è un segnale positivo. C’è, infine, un errore capitale in cui Salvini non deve cadere: quello stesso che fece Renzi personalizzando il referendum costituzionale. Ma non dovrebbero sussistere dubbi, almeno nel centrodestra, su chi è meglio buttare giù tra Salvini e il Sistema marcio descritto da Palamara.
Ultima annotazione: l’accorpamento farebbe risparmiare duecento milioni alle casse dello Stato. Non propriamente un’inedita di questi tempi.

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