Il disegno di legge costituzionale presentato da Fratelli d’Italia per una riforma presidenzialista delle istituzioni è già stato bollato a sinistra come una ghigliottina sulla testa del Parlamento voluta “dall’estrema destra”. Saremmo insomma davanti alla deriva finale dell’antipolitica, con il partito della Meloni che prende da Grillo il testimone del populismo e, invece di aprire le Camere come una scatoletta di tonno, le scardina definitivamente e, con esse, annulla i meccanismi di contrappeso della democrazia rappresentativa. Un giudizio evidentemente sommario che, sulla base di un atavico pregiudizio politico, sente odor di eversione in ogni riforma ispirata dalla destra, facendo però strame, così, anche di un lungo e appassionato dibattito che è passato per tre commissioni bicamerali, in cui l’approdo presidenzialista – o semipresidenzialista – non è stato mai considerato da nessuno come un attentato alla Costituzione.
Del resto, nella Carta ci sono pagine incompiute ancora da scrivere: come rendere più snelle le istituzioni; come superare il bicameralismo perfetto; come dare maggiore forza e autonomia all’esecutivo. Non a caso, nell’Assemblea costituente fu approvato a larga maggioranza l’ordine del giorno Perassi, che caldeggiava l’adozione del sistema parlamentare “da disciplinarsi tuttavia con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo”. Dispositivi poi mai adottati, ma quell’ordine del giorno aveva previsto con lungimiranza lo squilibrio nel rapporto tra Parlamento e governo, che ha causato crisi politiche frequenti, esecutivi ballerini e una complessiva instabilità del sistema, anche perché le poche riforme arrivate in porto non sono state per così dire risolutive. Anzi: quella del Titolo V targata Amato ha messo in continua fibrillazione il rapporto tra Stato e Regioni. E ora che il è ripartita la battaglia autonomista del Nord, l’opzione presidenzialista trova un’altra ragione per essere esaminata con attenzione: la storia insegna infatti che il rafforzamento dei poteri regionali va sempre bilanciato con la presenza di uno Stato centrale forte, in grado di far valere l’interesse nazionale, come ha dimostrato l’emergenza pandemica. Sono stati i Dpcm di Conte, la sistematica decretazione d’urgenza di Draghi e il monocameralismo surrettizio a sminuire il ruolo del Parlamento, che la riforma presidenzialista, tesa a snellire il processo decisionale su un modello ampiamente sperimentato in altre grandi democrazie, non metterebbe affatto in pericolo.

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