Il derby politico e personale che premier (Draghi) ed ex premier (Conte) stanno disputando sulla pelle del Paese in qualche modo finirà stasera, e probabilmente sarà una tregua armata, visto che perfino l’ineffabile fautore delle convergenze grilline (Franceschini) è uscito dalla sua proverbiale penombra per avvertire l’avvocato senza popolo che se fa cadere il governo si rompe anche il patto elettorale col Pd.

Quel “Fiducia in Draghi? Ne parliamo lunedì…”sussurrato da Conte ai giornalisti venerdì ha fatto comunque capire che la sete di rivalsa alimentata dai teorici del conticidio è ancora più forte della lealtà alla coalizione. Come faranno a trovare la quadra è però un bel mistero, anche perché incombono due scadenze potenzialmente esplosive come il quarto decreto interministeriale sull’invio di armi all’Ucraina, che non passerà da un voto dell’aula come invece chiedeva Conte, e il decreto Aiuti su cui la delegazione grillina si è messa già di traverso in consiglio dei ministri. Nodo della discordia: i poteri straordinari al sindaco di Roma per la costruzione del termovalorizzatore. Si tratta di una questione identitaria del Movimento su cui per Draghi sarà estremamente difficile trovare un punto di caduta, e c’è dunque il rischio che la guerriglia a intermittenza praticata da Conte sia destinata a continuare, tenendo teso il filo senza romperlo.

Un’avvisaglia si è avuta in settimana nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera, dove la maggioranza si è spaccata bocciando l’emendamento grillino che puntava proprio a bloccare la costruzione del termovalorizzatore romano, e per il momento la posizione pare irremovibile: se la norma non cambierà, il M5S non voterà il decreto neanche in aula. Il condizionale è d’obbligo, visto che Conte è un leader indeciso a tutto, tirato per la giacca dai travagli del tanto peggio tanto meglio ma frenato, oltre che dalla sua tartufesca propensione per i tentennamenti, dai diktat dell’Elevato che di uscire dal governo non ne vuol proprio sapere. Ma sarà davvero dura per i Cinque stelle, assertori da sempre della gestione luddista dei rifiuti – no discariche, no termovalorizzatori – cedere anche su questo punto cruciale, nonostante la disastrosa eredità ambientale lasciata dalla giunta Raggi. Sarebbe però ancora più difficile per Draghi depennare il termovalorizzatore dal decreto Aiuti, rinnegando il patto appena siglato per rigenerare la Capitale. Dunque, indietro non si può tornare, mentre si profila una nuova grana per Conte: nel decreto Aiuti potrebbe infatti essere inserita anche la riattivazione delle trivelle: il ministero della Transizione ecologica ha già deciso di aggiornare il piano per incrementare la produzione di gas italiano, e lo scenario di una chiusura totale dei rubinetti russi richiede soluzioni tempestive, tra le quali anche il ripristino delle trivellazioni nel Mare Adriatico. Tutti bocconi amari per il visconte dimezzato delle decisioni revocabili, che ora si trova davanti a un bivio micidiale: se alza bandiera bianca scontenta i falchi che gli stanno intorno, se invece rompe con Draghi apre la strada alle elezioni anticipate, puro veleno per le residue truppe grilline in Parlamento, con una nomenclatura preoccupata solo di assicurarsi in qualche modo il terzo mandato. Tipiche scene da fine impero.

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