E’ normale che, in piena guerra fredda, il computer di un premier occidentale utilizzi un antivirus russo? Non è affatto normale, eppure è quanto accade in Italia, visto che Palazzo Chigi è tra i 2297 acquirenti pubblici italiani del software del colosso di cybersecurity Kaspersky. Per comprendere la gravità di una situazione grave e purtroppo anche seria, bisogna fare un passo indietro.
L’invasione russa dell’Ucraina è stata preceduta da una strategia della tensione cibernetica sfociata più volte in attacchi volti a destabilizzare le democrazie occidentali: un campo in cui Mosca ha già dimostrato di possedere enormi capacità operative. I cyber-attacchi che hanno preso di mira proprio l’Ucraina dimostrano il ruolo cruciale della dimensione informatica nei conflitti del nuovo secolo: in particolare contro Kiev si sono moltiplicati gli attacchi definiti in codice “Ddos”, ossia quelli in grado di rendere inservibili server e servizi essenziali. E’ chiaro che in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche come l’attuale, le infrastrutture digitali europee non sono mai state così a rischio di destabilizzazione. Non a caso, il cyber-spazio è stato inserito tra quelli che la Nato individua come domini bellici, e un acclarato attacco cibernetico da parte di uno Stato viene dunque equiparato agli attacchi convenzionali.
L’ultima Relazione dell’Intelligence ha segnalato numerose attività cyber ostili contro assetti informatici rilevanti per la nostra sicurezza nazionale, che hanno interessato soprattutto le infrastrutture informatiche della Pubblica amministrazione da parte di entità statuali straniere che hanno spesso delegato il “lavoro sporco” a gruppi cyber-criminali. Non solo: l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme su possibili attacchi informatici contro governo e industrie, in particolare aziende sanitarie e ospedaliere.
In questo quadro di guerra ibrida che definire preoccupante è un eufemismo, l’Italia si trova dunque ad affrontare un problema di sicurezza informatica in più, con la maggior parte delle nostre infrastrutture sensibili “protetta” da Kaspersky, che in questi anni ha dato garanzie di massima affidabilità, ma ora lo scenario è totalmente cambiato, e non è certo un dettaglio che non solo Evgenij Kasperskij si sia formato nelle file del Kgb, ma che la sua azienda sfrutti tecnologie e infrastrutture russe. Tra le istituzioni italiane che gli mettono a disposizione i propri dati sensibili ci sono polizia, carabinieri, ministeri dell’Interno, della Difesa e della Giustizia, oltre che imprese private strategiche per la sicurezza nazionale.
Un caso, dunque, di estrema delicatezza, di cui si è già occupato il Copasir e che è arrivato in Parlamento con un’interrogazione di Europa Verde: “Su pc di ministeri e agenzie nazionali gira software prodotto in Russia, da un ex Kgb. Tutti i giorni si collega a server di Mosca per scaricare upgrade, senza possibilità di verificare il codice scaricato. Per Draghi tutto normale?”.

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