La valutazione sull’inadeguatezza della classe dirigente e lo svuotamento della credibilità e dell’efficacia delle istituzioni è un punto di generale condivisione. Si sta avverando quanto si è previsto ma ad una velocita inaspettata e senza aver colto lo snodo dal quale la seconda repubblica iniziò il suo inarrestabile rinculo. Le intenzioni riformatrici e il rinnovamento si erano incagliati soprattutto in:

1) la demonizzazione dell’avversario per il principio ‘meglio delegittimare che proporre’

2) alle esperienze dell’instabilità dei governi della prima repubblica si era opposto il mantra che ‘ chi ha un voto in più, vince e governa”. Si era creato una sorta di mercato dei partitini, portatori del voto in più’. Fenomeno modesto nel centrodestra, devastante nel centrosinistra dove, per esempio nel 2006, oltre a L’Ulivo che comprendeva Democratici di sinistra, La Margherita e una congerie di micro formazioni, c’erano altre 8 partiti fra il 5 e il 2%e numerose listarelle che insieme valevano circa l’1,5%. Negoziare era una fatica di Sisifo e contribuiva a determinare l’inefficienza del sistema.

3) la Costituzione non corrispondeva al principio che la formazione del governo compete al leader della coalizione vincente, e questo aveva sempre creato equivoci ed impicci.

Valter Veltroni ebbe l’intuizione giusta: dichiarò la ‘vocazione maggioritaria’ del PD. Disse che a sinistra c’era un solo partito che non avrebbe fatto alleanze e che avrebbe rifiutato accordi e convivenze. Era pronto a subire una sconfitta ma a impostare un quadro politico istituzionale migliore per il futuro. Affermò che gli avversari non erano demoni, che Berlusconi era un legittimo contraddittore. La vocazione maggioritaria del Pd, costrinse anche l’avversario a rompere con quel sistema degli accordi e si avviò il processo per la fondazione del Popolo della Libertà. Non appena il centrodestra primeggiò alle elezioni si superò il terzo problema: in 24 ore Napolitano dette l’incarico a Berlusconi,”poiché aveva vinto le elezioni”, e costui si recò al Quirinale con la lista dei ministri in tasca. La favola non ebbe lieto fine.

Veltroni fece un errore determinante. Pressato dall’idea subitanea che forse avrebbe potuto vincere le elezioni che dava per perse, derogò alla “vocazione maggioritaria” e si alleò con Antonio Di Pietro e la sua Italia dei Valori. Inoculò nel Parlamento il germe del populismo più vieto, del giustizialismo più ottuso che lo costrinsero ad abbandonare le buone intenzioni e a inseguire le sciocchezze antiparlamentari e dozzinali di quel manipolo di antesignani di un’altra truppa che oggi ha invaso governo e Parlamento. Berlusconi non fu da meno.

Anziché’ coltivare la piattaforma istituzionale e trovare le intese riformatrici con un ben intenzionato Veltroni si lanciò in una guerra totale per salvare Rete 4 dal satellite. I parlamentari furono precettati per la “battaglia di libertà” per salvare Emilio Fede dallo spazio siderale, gettando cosi in braccio ai massimalisti dello scontro contro un Berlusconi e i suoi interessi un rassegnato Veltroni.

In seguito alla crisi indotta con la complicità di molti, al governo Berlusconi seguì il governo Monti e anche Napolitano rinnegò la Costituzione materiale che aveva appena consolidato, conferendo un incarico estraneo alle conseguenze elettorali. Fu il fallimento del tentativo di Veltroni l’inizio della fine che ha portato di gradino in gradino ai drammi istituzionali e politici di oggi e a fare ben presto dell’Italia una colonia o un protettorato.

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