La ministra Cartabia è ricorsa a concetti molto duri per denunciare la crisi di credibilità della magistratura.

Lo ha fatto intervenendo al Festival Taobuk a Taormina, dove sullo stesso palco è stato poi presentato il libro a cura di Gaetano Armao che pubblica e commenta la tesi di Giovanni Falcone a sessant’anni dalla laurea. Una tesi sull’istruzione probatoria nel diritto amministrativo in cui il giovane laureando anticipò il canovaccio da cui non si sarebbe mai discostato, quello di severo custode della “cultura della prova”.
Al contrario di troppi suoi colleghi, è stato questo lo stile di indagine di Falcone, “sempre attento a distinguere tra il peccato e il peccatore” e ancorato al principio del “dubbio metodico”, ossia alla ragione come antidoto contro il fanatismo intellettuale e l’accecamento ideologico.

La bussola giudiziaria di Falcone è stata dunque una sola: la rigorosa distinzione tra sospetto, indizio e prova. “L’informazione di garanzia non è una coltellata che si può infliggere così, è qualcosa che deve essere utilizzata nell’interesse dell’indagato, perché se c’è stata una preoccupazione da parte nostra è stata proprio quella di non confondere le indagini della magistratura nella guerra santa alla mafia” – scrisse. Anche sull’utilizzo dei pentiti il suo metodo si ispirò al massimo rigore, in un processo penale ispirato al garantismo: basti pensare al meticolosissimo interrogatorio di Buscetta. Conscio delle insidie insite nell’uso dei pentiti scrisse ‘Perché il pentitismo si traduca in risultati utili per la giustizia sono essenziali l’esperienza, la capacità, la serenità, in una parola, la professionalità del giudice”.Troppi suoi successori hanno usato i pentiti in modo spregiudicato.

Era l’epoca in cui i professionisti dell’antimafia lo accusarono perfino di tenere nascoste nel cassetto carte scottanti su uomini politici.
Ma per Falcone solo prove concrete e incontrovertibili avrebbero potuto cementare le basi di un processo “alla politica”.”Respinse sempre il teorema del cosiddetto “terzo livello”: “Sopra i vertici di Cosa nostra non esiste nulla”.

Nel 1983 Falcone fu chiamato a guidare il pool antimafia, il cui lavoro approderà nel maxiprocesso e nelle maxicondanne (360) del 1987. Un successo che gli provocò invidie, ostilità, un nutrito stuolo di corvi in azione anche in settori della magistratura che demolirono irresponsabilmente le acquisizioni processuali sulla struttura unitaria di Cosa Nostra, e che ora ipocritamente lo omaggiano. Il suo approdo alla direzione generale del ministero della Giustizia e il varo della superprocura antimafia costituirono l’elemento di rottura finale: la corporazione giudiziaria, con in testa il Csm, lo accusò infatti di patrocinare una nuova struttura sottomessa all’esecutivo.

In una lezione del maggio 1990 affermò: “… Non possono esistere argomenti tabù e difese quasi sacrali di istituti come l’obbligatorietà dell’azione penale”. Ed era convinto che pm e giudice debbano essere “due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera “, ritenendo che fosse “veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del pm con questioni istituzionali totalmente distinte”, ben conscio che per questo sarebbe stato “bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’Esecutivo”.

La ministra Cartabia dovrebbe  fare tesoro della lezione di Falcone: non solo del suo contributo decisivo alla lotta alla mafia, ma anche della sua conoscenza giuridica a tutto tondo e della “cultura della prova” di cui si sono perse le tracce negli atti e nei comportamenti della magistratura negli ultimi trent’anni.

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