Nonostante la guerra civile grillina in atto, che comunque finisca sarà un disastro, l’ineffabile Letta non demorde, e spera ancora che i Cinque Stelle trovino le ragioni per stare insieme perché “abbiamo tutti un grande compito”, ossia “quello di impedire alla peggior destra della storia di andare al governo”. Il segretario democratico ormai naviga nella confusione più assoluta, visto che sta chiamando alla crociata contro la destra un Movimento non solo in dissoluzione, ma che mancando di una precisa identità non è veramente imbarcabile in nessuno schieramento politico, e che nei suoi gruppi parlamentari l’ala filoleghista è rimasta in sonno solo per convenienza, ma all’occorrenza  è pronta a rimettersi in moto, al più tardi quando si dovrà eleggere il successore di Mattarella.
In quattro mesi è cambiato il mondo, ma Letta resta ugualmente fedele al convincimento di quando a gennaio, ancora autoesiliato a Parigi, uscì da un lungo riserbo per accusare Renzi di voler causare la rovina del Paese facendo cadere il BisConte. “Serve un governo forte e netto – scandì -e non può che essere Conte a guidare l’Italia in quest’anno, non vedo come possa essergli impedito”, elogiando l’avvocato del popolo per aver gettato il guanto di sfida al Rottamatore e benedicendo di fatto la ricerca dei responsabili in Parlamento: “Conte vada in aula a verificare se c’è una maggioranza”.
La linea dell’intesa strategica con i Cinque Stelle non cambia, dunque, nonostante i malumori sempre più palesi di Base riformista e di chi non intende legare le sorti del Pd a un treno impazzito che, come in Cassandra Crossing, sta correndo verso il precipizio e non è ancora per nulla chiaro quali saranno i vagoni destinati a salvarsi: quelli dell’Elevato tornato visionario o quelli dell’Avvocato? Letta, in continuità con Zingaretti, ritiene Conte più affidabile, anche se non più il punto di riferimento fortissimo del progressismo. Ma c’è il paradosso – uno dei tanti – per cui Grillo non ha cambiato idea su Draghi, mentre il più ascoltato consigliori di Conte non vede l’ora di cacciarlo, in quanto usurpatore, da Palazzo Chigi. Un autentico labirinto da cui Letta tenta di uscire non solo rilanciando tutti i temi identitari della sinistra, ma ora anche mettendo il suo cacciavite al servizio delle parole d’ordine grilline, come la guerra al vincolo di mandato. Una guerra santa contro i famigerati voltagabbana finora sempre frenata dal muro dell’articolo 67 della Costituzione, che garantisce a deputati e senatori la piena autonomia, al riparo dagli ordini di partito. Letta ha così presentato una riforma del regolamento della Camera che è una sorta di tentativo di quadratura del cerchio: bloccare il trasformismo rispettando comunque il principio dell’assenza di vincolo di mandato: tagliare l’indennità ai singoli trasformisti ma consentire la nascita di nuovi gruppi esclusivamente se costituiti da deputati provenienti da un unico gruppo in misura pari ad “almeno un quinto dei componenti e comunque in numero non inferiore a dieci”. Una palese incoerenza, visto che proprio il Pd, durante i disperati tentativi di dare vita al Conte ter, diede perfino in comodato d’uso una sua senatrice ai responsabili Europeisti, e un altro evidente sintomo della convulsione politica in cui si dibatte un segretario che ha smarrito la rotta ancora prima di trovarla.

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