Penso che quel che è accaduto i giorni scorsi nel Corriere della sera sia la sintesi semiperfetta della confusione culturale e della sostanziale inadeguatezza dei maestri del pensiero nazionali .

Si sarebbe potuto confinare in un pezzo di involontaria comicità se con un po’ di stupore non si fosse erto Paolo Mieli a lodare l’iniziativa.

Il che significa che non si è di fronte a una topica isolata.

In breve: Galli della Loggia, fondista del primo quotidiano d’Italia, è convinto che la Meloni e c. abbiano marcati segni di fascismo nel loro movimento e che non abbiano a sufficienza dimostrato il contrario.

Ometto ogni considerazione sul tema, sulla sua fondatezza, sulla strumentalità o meno della querelle sollevata. Non è questo il punto.

La Meloni obbietta che non è così, che fin dalle tesi di Fiuggi (nascita di An) c’è stato il passo reclamato dall’illustre contraddittore e motiva, fondatamente o meno, la sua posizione.

Galli della Loggia taglia corto e risponde a chiare lettere che “per smentire il passato in certe circostanze non bastano le parole. Servono i fatti”. Afferma che i seguaci della Meloni per essere convincenti hanno un solo sistema. Quando  vedono intrufolarsi nelle proprie manifestazioni  quelli di CasaPound  o di forze consimili, essi dovrebbero fare quanto a suo tempo fece il Pci con la sinistra extraparlamentare, in condizioni analoghe.

E che fecero i comunisti di così rimarchevole e convincente? Testuale ‘li presero a botte’. Sempre testuale ‘….allontanarli con le buone o con le cattive. E siccome le buone non sono efficaci, in sostanza di menarli. Non sono metodi eleganti, d’accordo ma le assicuro che sono politicamente efficaci’.

Lascio da parte la banalitá della soluzione. Mi limito a rammentare al professore emerito di storia dei partiti politici, un paio di cose. È noto l’uso non sporadico che Mussolini fece di una frase non sua ‘ Dove c’è l’uso delle mani la parola è perfettamente inutile’, segno della forza risolutiva che egli riconosceva alle vie di fatto.

Un po’ come oggi auspica il suo apparente epigono nel contestare il fascismo non rinnegato alla Meloni.

Più in generale uno degli elementi distintivi fra i più criticati del fascismo fu l’uso della violenza come strumento di lotta politica.

Come il professore saprà di sicuro ‘le botte’ erano il sostituto sistematico dei ragionamenti sulla via della redenzione al credo fascista.

Il mito della bastonatura, il trionfo del menar le mani , l’efficacia dello strumento furono da un lato una colonna portante della mistica fascista e dall’altro una delle critiche più usate e penetranti dell’antifascismo.

Il professore già in pensione per buona sorte degli studenti, teorizza l’uso del più fascista degli strumenti per dimostrare il proprio antifascismo.

Come chiedere a un alcolizzato di dimostrare la propria sobrietà tracannando un po’di bottiglie di Johnny Walker. Non male.

L’intemerata del professore e la solidarietà del suo compagno in convinzioni Mieli, comprova fra le tante cose non buone sugli odierni e stimati maestri del pensiero, che se oggi allignano germi residui dell’antico fascismo, essi si manifestano in certe forme oblunghe e caricaturali di un antifascismo di maniera, rozzo quanto pretesemante intellettualoide.

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