C’è un filo rosso che continua a legare Pd e Cinque Stelle: l’ossessione dei magistrati in politica, e infatti Conte ha candidato l’ex procuratore antimafia De Raho, sulle orme di quanto fece Bersani nel 2013 con Grasso, eletto addirittura presidente del Senato, così come Roberti sarebbe poi divenuto europarlamentare dem. Forse per pareggiare i conti, oltre che per rinverdire la tradizione del giustizialismo aduso alle manette e non al diritto, il Movimento questa volta, insieme a De Raho, ha schierato anche l’ex procuratore generale Scarpinato, due figure fino a pochi mesi fa punte di diamante dell’ordine giudiziario. La sinistra, insomma, continua a fungere da braccio politico del partito delle procure, come dimostra anche la ghigliottina sulle teste dei garantisti azionata da Letta nella compilazione delle liste elettorali. Questo per dire che la prima, indispensabile riforma da approvare, se il centrodestra vincerà le elezioni, è quella della giustizia, visto che per il presidenzialismo occorrerà presumibilmente l’intera legislatura. Va posto un argine preventivo, insomma, ai prevedibili e abnormi tentativi di destabilizzazione del nuovo governo per via giudiziaria. La rilettura dei libri di Palamara potrebbe essere utile per rinfrescare la memoria.
E’ l’ora di archiviare la stagione delle incursioni giudiziarie, delle inchieste a senso unico con la finta obbligatorietà dell’azione penale, e degli avvisi di garanzia usati sistematicamente come arme letali. Trent’anni di supplenza della magistratura sono più che sufficienti, e chi conserva un briciolo di onestà intellettuale non può fingere di ignorare che le vicende giudiziarie di Berlusconi sono state il frutto avvelenato di un’anomalia tutta italiana che si chiama uso politico della giustizia. A questo proposito c’è un altro libro scritto da un magistrato (Misiani), che andrebbe anch’esso riletto con attenzione, perché certificò che all’interno della magistratura opera una componente fortemente politicizzata che “usa il diritto come strumento per la trasformazione rivoluzionaria del sistema”.
Il cortocircuito tra giustizia e politica ha finito per delegittimare entrambe, e in questo senso i correttivi della riforma Cartabia sono sicuramente necessari ma non sufficienti. Basti pensare a tutte le volte in cui il Csm, sotto il peso delle correnti, ha agito di fatto da terza Camera, pretendendo di giudicare cosa il Parlamento e il governo debbano o non debbano fare, o quando – cioè sempre – l’Associazione magistrati interviene con forme, modalità e contenuti propri di un partito politico o di un gruppo parlamentare. E’ dunque tempo di affermarlo una volta per tutte, e di agire di conseguenza: nessuna democrazia può sopportare che la sovranità venga trasferita dal popolo ai pubblici ministeri, e la strada è quella più volte tracciata nei programmi di governo del centrodestra e mai percorsa fino in fondo: separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri (il pm fa l’accusa e il giudice giudica, con percorsi professionali separati sin dall’inizio), creazione di due Csm e certezza dei tempi dei processi sia nel penale che nel civile.
Non dovrebbe essere uno scandalo infine, nel fare un bilancio dell’era giacobina, dire che la Corte costituzionale, massimo organo di garanzia, è da trent’anni sbilanciata a sinistra. I tradizionali equilibri della Prima Repubblica furono stravolti da Scalfaro, avverando così la profezia di Calamandrei, che durante l’Assemblea costituente aveva denunciato il rischio di una Consulta politicizzata, con un controllo di legittimità più politico che giuridico. Un esempio per tutti: la bocciatura del lodo Alfano, che pure era stato scritto seguendo riga per riga le indicazioni date dagli stessi giudici costituzionali quando avevano respinto il lodo Schifani. E non è certo un caso se, dei componenti considerati vicini al centrodestra, nessuno è mai stato di nomina presidenziale.
Sarà anche la giustizia uno spartiacque del 25 settembre.

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