Sarebbe ingenuo scandalizzarsi per la consuetudine che i big dei partiti o i loro protetti vengano paracadutati in collegi blindati in cui non hanno mai messo piede, perché da sempre così fan tutti, basti pensare a Di Pietro candidato come un alieno da D’Alema alle elezioni suppletive del Mugello. E’ passato un quarto di secolo, e se qualcosa è cambiato, è cambiato solo in peggio, tanto che questa volta si è probabilmente toccato il fondo, con le sinistre moralizzatrici in testa alla classifica degli orrori. Il Pd, ad esempio, stabilì nel suo statuto fondativo che lo strumento per scegliere i candidati sono le primarie, un bagno di democrazia diretta per marcare la diversità rispetto ai “nominati” di Berlusconi. Un principio però calpestato più volte dall’opacità di competizioni controllate dai signori delle tessere e dalle incursioni prezzolate di immigrati compiacenti, e negli ultimi tempi totalmente disatteso. Letta, con la motivazione ufficiale che a causa del voto anticipato non c’era tempo per indirle, ha consumato tutte le sue vendette, come e più di Renzi quattro anni fa, con l’unico criterio di forgiare truppe parlamentari a propria immagine e somiglianza, pensando già al congresso che lo aspetta dopo la prevedibile sconfitta elettorale. Con buona pace dell’altro sacro principio della rappresentanza dei territori, ultimo baluardo identitario grillino ad essere crollato, con gli esiti delle parlamentarie farsa bypassati dall’avvocato del popolo che ha beffato i presunti vincitori piazzando quindici “elevati” non solo come capilista nel proporzionale, ma anche candidandoli in più collegi: un mix tra lista del capo e tengo famiglia, inserendo in lista parenti stretti degli incandidabili per doppio mandato, per cui lo stipendio a casa arriverà lo stesso, svelando così in modo definitivo la reale natura del Movimento che avrebbe dovuto purificare la politica. Una degenerazione generale, tanto più grave dopo il taglio dei parlamentari che ha posto un problema di prima grandezza come, appunto, l’effettività della rappresentanza democratica in parti significative del territorio nazionale, a partire dalle regioni più piccole. I 221 collegi uninominali tra Camera e Senato, ridotti necessariamente di numero, sono infatti diventati molto più ampi. Il Rosatellum è una legge palesemente imperfetta, ma il combinato disposto tra candidati nei collegi e liste bloccate corte stampate sulla scheda costituiva comunque un passo avanti, in quanto a riconoscibilità dei candidati, rispetto ai listoni bloccati della precedente legge Calderoli. Ma i maxicollegi uninominali, con accorpamenti innaturali di porzioni di province diverse, e la scelta dei partiti di ignorare le indicazioni dei territori finirà per determinare un inevitabile deficit di rappresentanza, allontanando ancora di più gli elettori dalle istituzioni e aggravando ulteriormente la crisi di credibilità della politica. Uno dei principali vantaggi della competizione uninominale maggioritaria sarebbe proprio il legame diretto tra elettori ed eletti, legame invece ignorato e reciso nelle stanze chiuse delle segreterie. Non solo: il divario eccessivo nella capacità rappresentativa degli elettori nei diversi collegi potrebbe perfino porre una questione di legittimità costituzionale, e l’effetto flipper delle liste proporzionali, col quale un elettore elegge a sua insaputa un candidato di un altro collegio, non contribuisce certo a garantire la trasparenza del voto. Un pessimo viatico, insomma, per riportare alle urne il partito dell’astensione, che resta non a caso ampiamente maggioritario nel Paese.

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