C’è un mistero buffo, e assai poco gaudioso, che incombe sulla marcia di avvicinamento al 25 settembre: i sondaggi che registrano la crescita costante dei Cinque Stelle. I sondaggi vanno sempre presi con le molle, basti ricordare che nessuno aveva previsto l’exploit grillino del 2018, ma è comunque stupefacente che oltre un italiano su dieci si dica ancora disposto a dar credito a un Movimento che, forte della maggioranza relativa, ha sprofondato l’ultima legislatura in un abisso di incompetenza, demagogia e trasformismo senza precedenti, arrecando danni consistenti all’immagine del Paese e alle casse dello Stato: il solo reddito di cittadinanza, ad esempio, ci è costato nove miliardi all’anno senza sconfiggere la povertà, e il fallimentare esperimento del Cashback ha sfiorato il miliardo prima di essere congelato da Draghi per il suo carattere “regressivo” e non aver affatto scalfito l’evasione fiscale. In quattro anni e mezzo passati ininterrottamente al governo, il grillismo ha cambiato più volte pelle, travolgendo ad uno ad uno i suoi totem identitari, alleandosi con quasi tutto l’arco costituzionale alla faccia dello splendido isolamento, e rimangiandosi giuramenti e anatemi per tenere le mani salde sul potere che erano nati per abbattere. Come i sessantottini di una volta, si sono insomma imborghesiti, tanto che sulla tolda di comando hanno messo l’avvocato del popolo, il personaggio più improbabile apparso sulla scena politica: un ircocervo capace di presiedere due governi di colore opposto, di pasticciare con i servizi segreti, di flirtare con Trump ma anche di spalancare le porte agli spioni russi travestiti da crocerossini e di trascinare l’Italia sulla Via della Seta presentandosi ai vertici europei come un dilettante allo sbaraglio. Ma evidentemente c’è un pezzo profondo di Paese che, dimentico o forse complice di questa tragicommedia, si riconosce ancora nella rivoluzione da operetta ideata da Grillo e Casaleggio, anche se della spinta propulsiva delle origini è rimasto ben poco: solo una mediocre nomenklatura a cui il Conte rosso ha garantito la sopravvivenza politica spostando il Movimento dall’antipolitica all’estrema sinistra: un mix di giustizialismo forcaiolo, di populismo sociale e di radicamento clientelare nel Meridione, dove risiede il grosso dei due milioni e mezzo di persone (dati recentissimi, di luglio) che beneficiano del reddito di cittadinanza. Uno zoccolo duro che, se i sondaggi troveranno conferma nelle urne, accrediterà la teoria disperante secondo cui la crisi fragorosa e dilaniante che ha portato il Movimento a perdere per strada due terzi del suo elettorato non ha significato affatto la fine del populismo, un mostro multiforme capace di rigenerarsi, e che dopo gli incredibili testacoda tra Salvini e Zingaretti sembra aver trovato un nuovo spazio vitale alla sinistra del Pd, nel tentativo di coagulare il disagio sociale contro il sistema, col paradosso di essere stata l’unica forza al governo per l’intera legislatura. E’ tutto surreale: l’ex premier-uomo d’ordine che chiuse in casa gli italiani con i Dpcm e che firmò i decreti sicurezza, domenica presenterà il libro di Fassina “Il mestiere della sinistra”, mischiando la leggendaria pochette con l’eskimo del contestatore di professione. Ci sarebbe molto altro da scrivere sull’epopea grillina: la decrescita felice, i decreti dignità, la prescrizione abolita, i banchi a rotelle, fino al taglio dei parlamentari che rischia di paralizzare le Camere. Resta quindi l’inquietante quesito iniziale: come fa un italiano su dieci a fidarsi ancora dei grillini? 

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