Ogni settembre si intrecciano gli anniversari dell’attacco alle Torri Gemelle, due date legate dalla stessa valenza simbolica dello scontro tra civiltà preconizzato da Samuel Huntington e del coraggio di una grande donna che con i suoi scritti seppe ergersi a paladina dell’Occidente sacrificando la sua stessa vita, perché smise di curare il suo cancro per dedicarsi anima e corpo a quello che stava consumando un’Europa ormai incapace di difendere le proprie radici giudaico-cristiane. Sedici anni dopo la scomparsa di un bardo della letteratura mondiale come Oriana, l’Europa è di nuovo in mezzo a una guerra, scatenata dai sogni imperiali di Putin e destinata ad aprire una sfida epocale tra democrazie e autocrazie da cui dipendono gli equilibri globali dei prossimi decenni. Una sfida che avrebbe sicuramente visto la Fallaci in trincea a difesa del mondo libero e dei suoi valori, in perfetta coerenza con le battaglie combattute contro i totalitarismi del Novecento, a differenza della folta schiera di intellettuali allevati nel ventre caldo dell’Occidente ma impegnati solo a combatterlo dal suo interno imputandogli tutti i mali del mondo dietro l’usbergo dello “spirito critico”. Fino a varcare i confini del grottesco con la diffusione della cancel culture, una corrente di pensiero obliqua che rilegge la storia sulla base di equivoci e di semplificazioni culturali tesi solo a demolire i fondamenti stessi delle democrazie liberali. Il secolo breve è stato segnato dalle ideologie che hanno partorito i totalitarismi: il rosso comunista, il bruno nazista e il verde islamista, che propugnavano ognuno una guerra: o fra classi sociali o fra razze o fra religioni. Il fondamentalismo islamico altro non è, infatti che la trasformazione della fede islamica in un’ideologia totalitaria tesa a dominare il mondo. Ebbene: Oriana, come testimoniano i suoi scritti, li ha combattuti tutti i totalitarismi, senza distinzioni e senza soluzione di continuità. Prima partigiana giovinetta sulle colline di Firenze contro i fascisti e i nazisti, poi inviata sul campo a descrivere gli orrori della guerra in Vietnam, senza fare sconti né agli americani né ai comunisti di Hanoi, quindi simbolo della libertà femminile quando si strappò il burqa davanti all’ayatollah Khomeini durante un’intervista rimasta scolpita nella storia. Un gesto dirompente, mentre il gotha dell’intellighenzia culturale si inchinava alla rivoluzione islamica, un impasto tra furore antioccidentale e antiche idolatrie, salutato però come se fosse un’alternativa salvifica all’ordine geopolitico imposto dalla guerra fredda.

Non può dunque sorprendere se all’indomani dell’undici settembre la Fallaci scese in campo come un’atea cristiana: fu la sua risposta al relativismo imperante in un’Europa arrivata perfino a cancellare ogni riferimento alle sue radici nella Costituzione in nome del multiculturalismo che spalancava le porte alla penetrazione islamica. Ai suoi occhi, già velati da una malattia implacabile, ma pronti ancora a scrutare la realtà con il lucido sguardo di sempre, la Chiesa di Papa Ratzinger rappresentava l’ultimo baluardo a difesa della forza liberatrice del Cristianesimo di fronte al suicidio dell’Occidente e all’offensiva islamica, definita senza mezzi termini “una palude di morte”. La Trilogia de La Rabbia e l’orgoglio, de La Forza della Ragione e dell’Intervista a sé stessa resta un prezioso testamento, purtroppo frettolosamente accantonato dai mediocri custodi del politicamente corretto.

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