Per una strana coincidenza temporale, il voto per i membri togati del Csm è stato fissato una settimana prima delle elezioni per il rinnovo del Parlamento, e ancora una volta i settori politicizzati della magistratura non hanno perso la ghiotta occasione di entrare a gamba tesa nelle vicende politiche: lo ha fatto senza pudore la componente di Area Democratica per la Giustizia, con toni quasi apocalittici, prefigurando un futuro “gravido di cupi segnali per la preservazione dello statuto costituzionale vigente” in tema di giustizia e di tutela dei diritti. Perché “riprendono campo opzioni orientate verso la separazione delle carriere, l’introduzione di nuove forme di responsabilità civile idonee a condizionare seriamente la serenità del giudicare, il depotenziamento degli strumenti di indagine più evoluti e moderni, la cesura del rapporto virtuoso tra forze di polizia ed autorità giudiziaria. Fino a paventare la stessa “demolizione del Consiglio superiore della magistratura”.
Nessun accenno autocritico, insomma, sui gravi motivi che hanno portato alla pur timida riforma Cartabia, e sull’evidenza che il Csm si è di fatto demolito da solo, o meglio ha demolito la propria credibilità attraverso una deriva correntizia che ha superato ogni livello di guardia.
Le toghe rosse hanno anche la memoria corta: fingono di non ricordare, ad esempio, che quando esplose lo scandalo Palamara, il Quirinale parlò senza giri di parole di “un quadro sconcertante di manovre per veicolare le nomine di importanti procure” e chiese di accelerare le riforme – a partire proprio da quella del Csm – per restituire credibilità alla giustizia nel rispetto della Costituzione”. E quanto agli “strumenti di indagine più evoluti e moderni”, è chiaro che si parla dei trojan, ossia dei micidiali captatori informatici che il garante per la privacy ha definito potenziali mezzi “di sorveglianza massiva”, e dunque più consoni a una democrazia giudiziaria che a uno Stato liberale.
Ma i vertici di Area non circoscrivono l’allarme solo al sistema giustizia: dopo il 25 settembre – denunciano infatti – “si profila il rischio concreto che si ponga presto mano alla riscrittura delle norme che disciplinano il sistema dell’accoglienza, che si riprenda la repressione e criminalizzazione dei migranti, che vengano messe in discussione le faticose conquiste di civiltà frutto di lotte decennali: dall’affermazione di una gravidanza consapevole che abbia al centro la donna, alle unioni civili”. Anatemi tutti ovviamente lanciati contro il centrodestra, ma a parte l’annunciata stretta sull’immigrazione irregolare, su cui destra e sinistra hanno peraltro il diritto di incarnare visioni diverse, siamo di fronte a una palese distorsione della realtà che conferma un pregiudizio ideologico verso il centrodestra, oltre che una faziosità che travalica perfino la propaganda della sinistra politica. In nessun programma fra quelli di Lega, Fdi e Forza Italia si parla infatti di mettere in discussione la legge 194, né di fare passi indietro sulle unioni civili.
Il comunicato di Area è dunque l’anticamera di quanto si sta preparando nelle casematte ideologiche “progressiste” in caso di vittoria del centrodestra, un’ipotesi giudicata incompatibile con l’idea stessa di democrazia e contro cui è quindi lecito opporsi con tutti i mezzi. Un film purtroppo già visto, con la sinistra che non ha mai esitato a schierare non solo la magistratura, ma tutto il campo largo degli apparati e dei corpi sociali di riferimento, per delegittimare gli avversari politici e preparare il terreno ai governi di larghe intese che sono l’acqua in cui il Pd ha nuotato per dieci anni senza mai vincere le elezioni.

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