Quando in Italia imperversava il Totocalcio, i veri esperti non vincevano mai niente.

Le previsioni non sono il punto forte degli intenditori, in qualsiasi campo.

Cosí la  profezia che domenica il partito di destra otterrà -pur nella limitata partecipazione al voto-un grande successo potrebbe venire smentita.

Anche se ne dubito.

La campagna  elettorale più redditizia per la destra l’hanno  fatta  gli evocatori di fantasmi in camicia nera, i cretinetti del ‘dagli alla fiamma’, i costruttori di pseudoscandali internazionali.

Hanno contribuito anche gli sponsor  dei competitor, i rappresentanti UE, le politiche di mercato toutcourt, l’esplosione dei prezzi energetici.

Un partito fermo e silente  seduto sulla riva con l’etichetta di oppositore al governo Draghi, senza colpoferire avrebbe catturato maggiori consensi.

Proclamare invece l’atlantismo incondizionato, la fedeltà all’alleanza e la sottomissione alla UE con adesione al PNRR (con rivisitazione) non ha giovato.

Ha annullato le differenze sulle cose di sostanza e ha mostrato che vige nei fatti un accordo generale.

Lo scontro, peraltro soft, si è centrato su un piano residuale quanto scivoloso e insidioso.

Al prof Marco Tarchi, un tempo contraddittore di Gianfranco Fini, oggi autore, saggista, docente universitario, in una recente intervista su Destra. it viene domandato’Fine vita, diritti riproduttivi delle donne, diritti civili. La destra italiana sui temi  etici continua ad avere un’agenda  schiacciata sulle posizioni del Vaticano,. . . . [con] queste posizioni. . non rischia di difendere posizioni che nella società sono lontane dalla sensibilità delle nuove generazioni?”

Il prof. Tarchi risponde “. . . l’irrigidimento su queste posizioni è, al contrario, uno dei suoi punti di forza. Se si allineasse, come ai tempi di Fini sulle tendenze progressiste sul piano del costume, segnerebbe nel breve periodo la propria fine”

Nel gioco elettorale si è scelto in guisa un po’ residuale e un po’ furbesca di giocare la partita su temi etici, di coscienza, individuali, da libero arbitrio, metapolitici.

Sul campo che conta, sulle questioni che metterebbero in discussione la politica del paese, sono tutti più o meno d’accordo.

Sulle coscienze si fa baruffa.

È tanto radicato questo bluff che lo stesso prof Tarchi definisce l’affermazione dei diritti personali e delle nuove libertà ‘tendenze progressiste’, relegando cosí il conservatorismo in lizza  a una mission che si sarebbe un tempo chiamata ‘ clerico fascista’ e che oggi può dirsi neoreazionaria ( affermazione del quo ante), anacronistica, lontana dal sentire neoconservatore.

Il pericolo sta nelle previsioni del prof Tarchi  che disegna un conservatorismo di successo, non neofascista certo, tuttavia antico, in odore di sagrestia, malamente statico nei diritti, allineato  al globalismo, alla speculazione, alle politiche di Draghi e c.

Non si vede nel proscenio un neoconservatorismo, capace di sventare  l’attacco al cuore della comunità nazionale, con ricette e principi innovativi e riformatori di ciò che non va.

Non supino  agli appelli del ‘soy cristiana ‘nè a quelli  ‘io credo’ col rosario in mano.

Che lasci fuori dall’agone con piena libertà di scelta di coscienza il campo etico e delle nuove libertà.

C’è nel paese una corrente  di pensiero, neoconservatrice, nazionale, laica e comunitaria.

Essa è antitotalitaria, postideologica, antiiperliberista, attenta ai doveri e ai diritti della persona, alle nuove libertà, al rispetto delle coscienze e riformatrice.

Questa corrente di pensiero non ha casa, non ha partito, non è in gara il 25 settembre prossimo venturo

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