Deve essere una gran fatica stare a sinistra in Italia: dopo il crollo rovinoso delle certezze ideologiche, e fallita da Occhetto la presa del potere nel ’94, cominciò subito, infatti, la ricerca affannosa di un papa straniero, perché gli eredi del Pci, che erano anche gli eredi di se stessi, non furono ritenuti presentabili. Operazione difficile, ma che con Prodi riuscì addirittura due volte, in entrambi i casi però con risultati assai deludenti, perché tenere insieme riformismo e massimalismo è ormai da un secolo – ossia dalla scissione di Livorno del ’21 – un po’ come la ricerca della pietra filosofale. Ma il fallimento ideologico, unito all’assenza endemica di una leadership autorevole e inclusiva, ha portato alla luce anche un altro carattere peculiare della nomenklatura ex comunista: il provincialismo di una classe politica incapace di stare al passo con i tempi e costretta così a rincorrere in giro per il mondo tanti improbabili riferimenti esterni: il riflesso pavloviano, insomma, di accreditare come proprie le vittorie altrui. Memorabile è rimasto, a questo proposito, l’amaro epigramma di Arturo Parisi: “La sinistra italiana si esalta quando vince in Ohio ma poi perde in Abruzzo…”.

Ora ci risiamo: la vittoria di Joe Biden contro Trump ha di nuovo scatenato entusiasmi irrefrenabili tra Pd e Italia Viva, nell’illusione di aver vinto loro le regionali in Arizona e Pennsylvania dopo il riconteggio dei voti. Perfino Di Maio, forse per dare una pennellata di surrealismo al dibattito, si è accodato ai peana, mettendo in risalto “il parallelismo tra l’agenda di Biden e le posizioni del leader laburista britannico Starmer”. Insomma: la periclitante sinistra italiana al governo si è già messa ai nastri di partenza per evocare le “magnifiche sorti e progressive” determinate dalla svolta americana. Zingaretti l’ha descritta come l’alba di una nuova, salvifica era progressista, mentre Renzi ha subito riesumato la Terza Via blairiana rivendicando che la sinistra vince solo al centro. Anche se, in verità, il tentativo di farne un modello globale naufragò miseramente dopo il summit di Firenze del ’99 tra Clinton, Blair, Schroeder, D’Alema, Jospin e Cardoso.
Una gran fatica, appunto: tolto il ritratto di Corbyn, peraltro scomoda icona antisemita, alla parete ora va riappeso il poster di Blair, e messo via il santino di Sanders torna in auge il manifesto di Clinton. Quello di Macron appare e scompare a seconda del cambio sempre più mutevole delle stagioni politiche. Un desolante dejavu: le stesse scene si erano infatti verificate dopo il trionfo di Lula in Brasile, osannato da D’Alema e Bertinotti come il salvatore delle favelas e del mondo intero. E la fame di leader era tale da dividere addirittura Pd e alleati tra tifosi di Tsipras e seguaci del falco Varoufakis quando la Grecia fece drammaticamente da cavia alla ristrutturazione del debito. Il solo Zapatero riuscì nell’impresa di unificare la sinistra tutta in un elogio solenne quando mandò a casa Aznar. Ma perfino Hollande fu ingaggiato come esempio virtuoso.
Ora tocca al vecchio Joe. Come direbbe Bonolis: avanti un altro.

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