La metamorfosi di Di Maio da arrogante capetto populista, alter ego del guerrigliero Di Battista, a impeccabile ministro degli Esteri in grado di mantenere dritta la barra atlantista in mezzo alla nuova guerra fredda è qualcosa di inaspettato e perfino di prodigioso: anche l’astrusa teoria dell’uno vale uno, insomma, può partorire qualche eccellenza, come l’eccezione che conferma la regola e come il sangue cavato dalle rape. Ma il fatto è che questa sua nuova postura politica lo ha messo in rotta di collisione con il professor Conte, leader grillino pro tempore, che ha fatto il percorso inverso: dal profilo istituzionale dei tempi di Palazzo Chigi fino al radicalismo populista più sfrontato, nel tentativo per ora vano di recuperare la spinta propulsiva delle origini predicando il verbo pacifista a oltranza. Una posizione oltremodo bizzarra per un ex premier che nei suoi due mandati ha aumentato più di qualunque altro le spese militari, ma nel marasma del declino a Cinque stelle nessuno può aggrapparsi né alla coerenza politica né alla purezza valoriale delle origini, dopo quattro anni di spregiudicate giravolte e di partecipazione a tre governi di diverso colore.
Per cui, come recita un antico proverbio toscano, siamo nella classica situazione in cui Cencio dice male di Straccio, mentre si aspetta il ritorno a Roma dell’Elevato che ha appena parlato con il Supremo per portare più che una buona novella, la sentenza capitale nei confronti dei big che stanno ultimando il secondo mandato parlamentare. Farsa, commedia o tragedia che sia, l’impressione è che stavolta nel Movimento si stia davvero consumando la resa dei conti finale, e che mai come ora sia imminente una rovinosa scissione, la cui scintilla potrebbe scoccare già domani se i senatori di osservanza contiana confermeranno il contenuto della bozza di risoluzione che chiede esplicitamente lo stop all’invio di nuove armi all’Ucraina.
Di Maio, uscito da mesi di rigoroso silenzio, ha subito avvertito che se qualcuno pensa di disallineare l’Italia dalla Nato mette in pericolo la sicurezza del Paese, e si è quasi stupito che una parte del Movimento gli abbia risposto “con odio e attacchi”, percepiti come sintomi di “una deriva preoccupante”.
Il nuovo corso di Di Maio, che ha visto l’indubbia emancipazione dalla propaganda al realismo politico, merita tutto il rispetto possibile, ma è legittimo chiedersi dove abbia vissuto in questi anni se si accorge solo ora che il Movimento Cinque Stelle “rischia di diventare il partito dell’odio”. Una constatazione che andrebbe declinata al passato, ma evidentemente a Gigino conviene calare un velo sugli imbarazzanti trascorsi di quando era lui a guidare il Movimento, e da vicepresidente della Camera incitò la folla ad accerchiare il Senato, oppure arrivò a chiedere l’impeachment di Mattarella. La realtà è che l’odio è stato il primo propellente del consenso grillino, e si è radicato come la sua matrice politica e la sua ragione sociale, con un campionario degli orrori che spazia dai comizi di Grillo alle liste di proscrizione, dai vaffa day ai linciaggi giacobini. Non finga di sorprendersi dunque Di Maio se il quotidiano vicino a Conte ora lo sbeffeggia definendolo “Di Mario”: contro di lui si prepara un crescendo rossiniano per nulla inedito, perché la strategia dell’odio ha sempre accompagnato alla porta i dissidenti, e Grillo ha deciso che tra Conte e Di Maio, il dissidente è il ministro.

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