Premesso che, finita la Corrida dei dilettanti allo sbaraglio, oggi l’Italia è sicuramente in mani più competenti, dal punto di vista della pacificazione nazionale il premier è partito col piede sbagliato. O meglio, a condurlo fuori rotta è stato il regista dell’operazione, che dal Quirinale gli ha dettato le nomine politiche lasciandogli decidere in autonomia solo il pacchetto di mischia che dovrà gestire il Recovery Fund, il rilancio economico e la transizione digitale. Dopo aver traccheggiato oltre ogni limite prima di prendere atto – con palese disappunto – che la maggioranza rossogialla aveva superato il punto di non ritorno, Mattarella si è rivolto a SuperMario per tirare il Paese fuori dai guai, ma dal punto di vista strettamente politico ha trasformato Draghi in una sorta di Conte Draghi. Non per fare paragoni impropri, ma solo per dire che il nuovo governo è stato cesellato sulla base di un manuale Cencelli inclinato a sinistra – come dimostra la discutibilissima riconferma di Speranza al ministero della Salute – e con il rammarico di non aver potuto varare il Conte ter, magari con la formula Ursula.
Mattarella dunque si è rivelato più incline al richiamo della provenienza di partito piuttosto che al ruolo super partes richiesto nel momento in cui si formava un governo di unità nazionale. Ha infatti usato il guanto di velluto nei confronti del Pd, rispettandone rigorosamente gli equilibri correntizi per non mettere in difficoltà il segretario, ed è entrato, al contrario, come un bulldozer dentro Forza Italia e Lega imponendo scelte palesemente destabilizzanti. L’ingresso di Orlando, unito alle riconferme di Franceschini e Guerini, è stata una sorta di quadratura del cerchio, e infatti Zingaretti ha potuto tirare un sospiro di sollievo, fregandosene delle compagne che protestano per l’esclusione.
Per assicurare tre ministri al Pd, altrettanti ne sono stati dovuti assegnare a Forza Italia – che può contare su molti più parlamentari – ma tutti rigorosamente senza portafoglio, e due dei quali (Brunetta e Carfagna) rappresentano solo sé stessi essendo da tempo in aperto dissenso con la linea ufficiale, largamente maggioritaria nel partito, impropriamente accusata di filosalvinismo acritico. Lo stesso metro è stato adoprato con la Lega, con la cooptazione nel governo della sola corrente giorgettiana: un chiaro segnale dell’irritazione con cui il Colle ha accolto l’improvvisa disponibilità di Salvini a far parte della nuova maggioranza allargata. Un errore tattico e anche strategico, perché così il centrodestra è stato fatto entrare dalla porta di servizio, come una scomoda appendice, in palese contraddizione con l’appello a tutte le forze politiche che Mattarella aveva lanciato in nome dell’emergenza. Ma iniziare una così impegnativa stagione di unità nazionale operando una sorta di “pulizia politica” all’interno di partiti che si sono responsabilmente messi a disposizione, senza peraltro chiedere nulla, non è stato certo il viatico migliore per sanare le ferite di un Paese stremato. Invece di incoraggiare i sovranisti folgorati sulla via di Bruxelles, insomma, col Conte Draghi il Colle ha scelto la strada opposta: la conventio ad excludendum dal governo.

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