Il rilancio del presidenzialismo da parte di Giorgia Meloni potrebbe apparire quantomeno intempestivo, mentre il dibattito politico è tutto incentrato sulla lotteria del Quirinale che si aprirà tra poco più di un mese. E invece va considerato come una mossa lungimirante per ricompattare la coalizione su una battaglia – la grande riforma – che è da sempre nel suo dna e proiettarla come missione per la prossima legislatura. La proposta è in definitiva quella di un centrodestra costituente, che abbia un programma credibile non solo per il rilancio economico ma anche per dare un assetto più moderno e stabile al sistema politico-istituzionale. Fdi ha depositato da tempo una legge costituzionale in materia, ma è chiaro che il lodo Meloni ha l’obiettivo di tracciare una linea d’azione ben definita per il futuro e di spazzare via incertezze ed equivoci, ad esempio sulla legge elettorale: la riforma presidenzialista è infatti perfettamente complementare al patto sul maggioritario siglato a Villa Grande nell’ultimo vertice con Berlusconi e Salvini.
Ora che si sta delineando un nuovo bipolarismo con l’allineamento a sinistra dei Cinque Stelle, l’approdo a un sistema presidenziale appare in effetti come l’antidoto più efficace alle nostalgie proporzionaliste e centriste. Già nel 1994 Forza Italia aveva nel suo programma l’elezione diretta del Capo dello Stato, abbinata al sistema elettorale a doppio turno e al superamento del bicameralismo perfetto. Una riforma poi riproposta nel 2012 da Berlusconi e Alfano che, se approvata – ma il Pd fece muro – avrebbe potuto evitare che la crisi del sistema politico si scaricasse anche sulle istituzioni, come inevitabilmente poi avvenne con l’arrivo in Parlamento dei grillini, foriero di un periodo di perenne instabilità.
Perché, dunque, non riprovarci? Sarebbe un segnale forte al popolo del centrodestra che chiede da tempo unità e riforme. Le strade sono tre: il presidenzialismo, il semipresidenzialismo alla francese o il premierato forte che è stato un cavallo di battaglia della Lega. Ma, al di là delle formule, è nelle cose che il centrodestra si faccia carico del rafforzamento del potere esecutivo, divenuto ineludibile dopo la revisione dell’architettura dello Stato in senso federale che ha mostrato tutti i suoi limiti nella gestione dell’emergenza Covid. L’obiettivo più importante dunque è creare le condizioni per avere governi stabili: è stato fatto per i governi comunali e regionali, sarebbe l’ora di farlo finalmente anche a livello nazionale. Come si è drammaticamente visto, governi instabili come i due guidati da Conte non possono che essere inefficaci e irresponsabili.

La sinistra ci starà? Non c’è da farci molto affidamento, perché la gauche a cui aspira Letta sembra più incline a riesumare i vecchi schemi, e quindi anche il pregiudizio che vede l’elezione diretta del vertice istituzionale come una svolta autoritaria. Intanto sarebbe già un buon punto di partenza se il centrodestra riuscisse a rispondere positivamente, e in modo unitario, alla presidente di Fdi.

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