L’audio che svela il clima torbido in cui maturò la condanna definitiva a Berlusconi per una frode fiscale mai avvenuta è solo la conferma di quanto si è sempre saputo: in Italia c’è stato un sistematico uso politico della giustizia per eliminare il leader del centrodestra dalla scena politica. Non sarà facile scoprire chi avrebbe manovrato “dall’alto” i giudici, ma che si sia trattato di un “plotone d’esecuzione” non possono sussistere dubbi. La registrazione delle frasi pronunciate dal relatore della sentenza del 2013, unita al verdetto del tribunale civile di Milano che ha fatto a pezzi il teorema della Cassazione, sono due elementi che potrebbero rivelarsi decisivi nel ricorso che giace da sei anni alla Commissione diritti umani dell’Ue. Ci fu infatti una tale fretta nell’arrivare alla condanna che il processo fu affidato alla “sezione feriale” di turno e calendarizzato ad agosto, nonostante non ci fosse alcun rischio di prescrizione.
Una decisione senza precedenti, che accorciò di due-tre mesi i tempi tra Appello e Cassazione. Fu un nuovo capitolo, insomma, dell’accanimento giudiziario contro il Cavaliere. Del resto, se il professor Coppi, uno dei pochi grandi patrocinanti in Cassazione, disse di non aver mai visto un’udienza fissata con quella velocità, significa che ancora una volta si era di fronte a un caso di giustizia ad personam.
La posta in gioco era altissima: con la conferma della condanna a quattro anni – e a cinque di interdizione dai pubblici uffici – Berlusconi sarebbe stato infatti cancellato per via giudiziaria dalla politica. Per questo l’anticipo dell’udienza fu ancora più grave, avendo compresso i diritti della difesa, che ebbe solo venti giorni per far valere le sue ragioni. Il diritto, insomma, fu letteralmente devastato con la negazione all’imputato del suo giudice naturale e per averlo giudicato più volte per lo stesso presuntissimo reato. Dal quale peraltro la seconda sezione penale della stessa Cassazione, un anno prima, lo aveva assolto con formula piena.
Ma la condanna arrivò, inesorabile, e c’era già pronto un altro plotone d’esecuzione, questa volta in Parlamento. Il giorno della vergogna fu il 27 novembre, quando Berlusconi fu cacciato con ignominia dal Senato per mano del Pd e grazie a uno strappo regolamentare senza precedenti, nonostante che Forza Italia facesse parte integrante del governo Letta. Alla pacificazione offerta dal Cavaliere, insomma, fu risposto con un autentico atto di guerra. Anche Renzi, il garantista a mesi alterni, si allineò ai canoni della cultura giacobina: doveva vincere il congresso del Pd, e quindi fare i conti con un popolo nutrito di antiberlusconismo viscerale, per cui accompagnò con un implacabile “game over” l’uscita di Berlusconi dal Senato.
Visto alla luce delle ultime rivelazioni, dunque, il caso Berlusconi diventa uno scandalo perfino peggiore delle intercettazioni di Palamara, perché ha cambiato il corso della democrazia determinando l’espulsione di un leader innocente dal Parlamento. Un altro colpo mortale, l’ennesimo, alla credibilità della giustizia italiana.

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