I governi di sinistra sono sempre andati in crisi sulla politica estera a causa dei retaggi lasciati dagli anni della Guerra Fredda. Basti pensare alla barzelletta della “difesa attiva” grazie a cui D’Alema premier ordinò da Palazzo Chigi di bombardare l’ex Jugoslavia e ai continui maldipancia di Rifondazione Comunista. O al secondo governo Prodi, quando i dissidenti Rossi e Turigliatto annunciarono di votare la fiducia al governo, ma non il rifinanziamento della missione in Afghanistan: fu il preludio alla dissoluzione della maggioranza e alla fine della XV legislatura. Erano i tempi dell’Unione, che teneva insieme Ds, Margherita, Rosa nel pugno, Di Pietro, Bertinotti e Mastella, un assembramento- direbbero oggi i virologi – di giustizialisti, nostalgici del comunismo reale, finti riformisti e presunti liberaldemocratici nel ruolo di utili idioti. Una macedonia impazzita che ad ogni manovra economica entrava in fibrillazione trovando alla fine solo mediazioni al ribasso a causa dell’ipoteca politica imposta dalla sinistra radicale. Ogni votazione al Senato si trasformava in una sorta di calvario, con la maggioranza appesa ai voti dei senatori a vita, un equilibrio impossibile perché ogni correzione di rotta verso sinistra provocava speculari sbandamenti al centro, e viceversa. In questa babele, il premier Prodi continuava a ripetere come un disco rotto che “tutto va bene”, che “una soluzione anche questa volta si troverà”, ma per lui la strada si fece sempre più stretta fino alla inevitabile capitolazione finale.
La storia non si ripete mai con le stesse modalità, ma le convulsioni dell’attuale maggioranza rossogialla sembrano ricalcare lo stesso copione di allora, a partire proprio dalla spaccatura sulle missioni internazionali esplosa simultaneamente martedì scorso nel voto in aula al Senato e in commissione alla Camera. Ai tempi di Prodi il pomo della discordia era l’Afghanistan, oggi c’è la Libia, Paese per noi storicamente strategico sul quale però abbiamo perso ogni controllo lasciando via libera ad Erdogan, consentendo il ritorno della bandiera turca su Tripoli. Se la politica estera è il convitato di pietra della tenuta dei governi, per Conte è suonato un altro campanello d’allarme con le contraddizioni interne alla maggioranza sul sostegno alla Guardia costiera libica, che sottendono una spaccatura politica ancora più grave che attiene al controllo dell’immigrazione clandestina, tornata fuori controllo.
La politica estera italiana è in stato confusionale: aumenta l’impegno dei nostri militari nel mondo senza però una visione strategica, tanto che in Libia si e’alzata bandiera bianca e si sta per diventare il terminale della Via della Seta nel Mediterraneo.
Ma le similitudini col governo Prodi non si esauriscono qui: oggi come allora si litiga sulla Tav Torino-Lione, sulla politica industriale, sul welfare e sulle riforme necessarie al Paese, tra cui anche quella della legge elettorale, che era in discussione -allora com’è adesso – in una commissione parlamentare. Con un’aggravante: la crisi finanziaria dei subprime fece sentire i suoi effetti in Europa solo alla fine del 2008, quando il governo dell’Unione era già un ricordo, mentre le conseguenze economiche del Covid sono gestite dalla nuova Unione rossogialla, tra dirette Facebook, annunci improvvidi, stuzzichini e annunci mai realizzati di interventi poderosi. Una iattura per il Paese, aspettando che questo governo “salvo intese “ trovi al Senato le sue forche caudine.

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