Articolo di Piefrancesco De Robertis, tratto da Quotidiano.net

Niente, non ce la possiamo fare, e non ce la faremo. E’ più forte di noi, la modulite e la cavillocrazia sono virus senza vaccini. Ce lo ricorda l’ennesimo stampato che, dicono, potrebbe esserci chiesto di riempire, così strampalato da risultare persino buffo, quello che forse dovremo compilare per sederci al ristorante e con il quale attestare che i commensali sono familiari, affini o congiunti. Magari non accadrà ma il fatto che sia stata avanzata l’ipotesi dà l’idea del punto cui siamo giunti. O la stessa lista delle condizioni che le Regioni dovranno soddisfare per consentire la mobilità extraregionale, al primo giugno. Sono ventuno. Le condizioni, non le regioni.

Senza scordare la recente, amabile querelle sugli affetti stabili da mettere per scritto o il susseguirsi scombinato di autocertificazioni. Qualcuno ha iniziato a collezionarle, in attesa di metterle all’asta su e-Bay. E per carità di patria taciamo l’ingolfamento di fogli per prestiti e richieste di sussidio.

Non ce la possiamo fare perché il mostro della modulite è parte di noi. Della nostra cultura, a parole liberale ma in realtà statalista, con tutte le deviazioni dello statalismo: assistenzialismo, dirigismo, pedagogismo, e che ignora il patto di fiducia necessario tra Stato e cittadino: Non ti vesso, non voglio educarti; mi limito a darti dei paletti, e poi ovviamente ti controllo. Se hai trasgredito allora sono guai. È il patto della responsabilità.

Ecco, tutto questo in Italia non funziona, come non ha mai funzionato negli stati totalitari che hanno reso l’ipercontrollo burocratico un mezzo di governo più efficace del manganello, o della purga. Lo Stato non si fida, non riesce a controllarmi e quindi per lavarsi la coscienza o forse solo per impaurirmi mi dà un modulo da riempire.

Il punto è che con la velocità a cui va il mondo la sfiducia quotidiana tra Stato e cittadini è diventata una pratica antimoderna. L’organizazione liberale della macchina pubblica e della società non è più un’opzione, ma una scelta obbligata: lo Stato mi dia poche regole, che siano chiare, e io mi impegnerò a rispettarle. Lui arrivi invece dove io non posso, tipo organizzare bene gli ospedali, visto che siamo in epoca di pandemia, o, per citarne un’altra, difendermi dall’emergenza democratica di questo inizio millennio, l’invasività delle grandi entità sovranazionali che mi spiano e condizionano i miei comportamenti. Ecco, questo, tra le altre cose, deve fare lo Stato. Non obbligarmi a riempire un modulo per sedermi a mangiare al ristorante. Chi sono i miei affetti stabili sono cose che non lo riguardano.

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