Il sì al taglio dei parlamentari ha vinto con il largo margine atteso, e chi oggi parla di democrazia in pericolo dice una falsità, esattamente come chi, inneggiando alla immancabile “svolta storica”, sostiene che dalla prossima legislatura il Parlamento funzionerà meglio. Ogni riferimento a Di Maio è puramente voluto. Perché non è affatto scontato che, tagliando 345 tra deputati e senatori, alle Camere d’ora in avanti ci vadano i migliori. Anzi: essendo meno i seggi disponibili, i partiti accentueranno la tendenza a imporre nelle liste i più fidati, con un altro sonoro “vaffa” al merito e a una selezione della classe dirigente, diciamo così, meno superficiale. Con le circoscrizioni elettorali territorialmente molto più ampie, il rapporto tra elettori ed eletti, già messo in discussione dalla calata sistematica dei candidati dall’alto, tenderà a diventare sempre più labile.
Il problema dunque non è affatto la prevista vittoria del sì al referendum, ma le conseguenze del taglio scorporato da un complesso più articolato di riforme e di contrappesi, alcuni dei quali sono in cantiere, ma non tutti vanno nella giusta direzione, come ad esempio il ritorno al proporzionale imposto dal Pd. Un passo in parte obbligato, perché la maggiore ampiezza dei 63 collegi plurinominali e delle 28 circoscrizioni mutuati dal Rosatellum alzerà le soglie di sbarramento implicite a livelli tali da pregiudicare la rappresentanza parlamentare dei partiti medio-piccoli. Ma il vero obiettivo del ritorno al proporzionale, con lo sbarramento che ora è al 5% ma che durante l’annunciato Vietnam parlamentare calerà sicuramente, è istituzionalizzare per legge la politica delle mani libere: l’Italia si addentrerà infatti in un terreno inesplorato, perché si andrà ad alleanze strette solo dopo le elezioni, a lunghi negoziati in Parlamento e al trasformismo di questa legislatura elevato a sistema. Altro che svolta storica dunque: siamo alla Controriforma, col Pd che ha sepolto definitivamente la vocazione maggioritaria che aveva un solo, imprescindibile corollario elettorale: il sistema maggioritario, appunto. Ma i sacri principi della sinistra si scontrano sempre con le convenienze politiche contingenti, e la riforma in senso proporzionale altro non è che il tentativo di prolungare la propria permanenza al governo anche nella prossima legislatura.
C’è infine, la questione della legittimità di queste Camere dopo il sì al referendum. Una questione non certo capziosa: il Parlamento che ha votato il taglio di 345 dei suoi componenti è ancora legittimato ad eleggere tra due anni il nuovo Capo dello Stato? La risposta sarebbe, anche in questo caso, sì, ma non esiste un automatismo istituzionale che possa far decadere questo Parlamento: si tratta di una scelta tutta politica, e la maggioranza rossogialla questa scelta l’ha fatta nel momento stesso in cui si è costituita, visto che uno dei primi obiettivi era proprio arrivare al 2022, quando appunto scadrà il mandato di Mattarella. Se non ci saranno incidenti di percorso, insomma, questi non li schioda nessuno dalla poltrone. Anche se poi non è affatto detto che riusciranno a mettersi d’accordo sulla poltronissima del Colle. Anzi!

 

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