Conte galleggia sui problemi del Paese, dice che “ci si salva tutti insieme”, ma poi ignora il che il bollettino di guerra della maggioranza ogni giorno si arricchisce di nuovi fronti.A parte il tormentone del Mes e della modifica dei decreti sicurezza ,la guerriglia quotidiana tra Pd e Cinque Stelle si è spostata sulla scuola: la ministra Azzolina ha fissato il concorso per i precari ad ottobre, in pieno anno scolastico e in piena seconda ondata Covid, e non vuol sentire ragioni nonostante le proteste dei sindacati. Dopo le graduatorie provinciali zeppe di errori, si annuncia quindi un altro enorme pasticcio: molti degli aspiranti saranno esclusi perché in isolamento e subiranno insieme danno e beffa, visto che l’assenza per cause di forza maggiore non dà diritto ad alcuna forma di recupero.Dopo la riapertura si sono già perse milioni di ore di lezione a causa dei ritardi e delle difficoltà organizzative.Ora i 70 mila insegnanti che parteciperanno al concorso verranno sottratti al loro lavoro, così come i commissari, con un ulteriore rallentamenti. Il Pd vorrebbe spostare il concorsone alle vacanze di Natale, ma nella maggioranza va in scena l’ennesimo dialogo tra sordi. Anche perché Italia Viva sta con la ministra.
A questo poco esaltante campionario non poteva mancare la riforma del fisco, su cui si sta saldando l’asse Zingaretti Di Maio per inserire nella prossima manovra un’Irpef sul modello tedesco senza aliquote fisse. Questa volta a mettersi di traverso sono i renziani, che giudicano il sistema tedesco opaco, troppo complesso e difficile da controllare anche in ottica antievasione. Italia Viva vorrebbe invece eliminare quasi tutte le tax expenditures. Ma da questo governo gli italiani sono ormai abituati a sentire di tutto. Come il ministro Patuanelli che all’assemblea di Confindustria ha rivendicato il grande successo conseguito da Conte in Europa, affermando che per la prima volta “l’Italia diventa percettore netto e non contributore netto” dell’Unione. Ma questo significa solo che siamo scivolati tra i Paesi più bisognosi di aiuto, gia’sull’orlo della serie C: i Cinque Stelle volevano abolire la povertà, e ora invece festeggiano per averla conquistata.
Ma più del Vietnam quotidiano, sono i numeri che certificano in modo impietoso il fallimento dell’azione di governo nella gestione della crisi economica: a parte il flop della cassa integrazione e dei sussidi alle imprese, dalla proclamazione dello stato d’emergenza, infatti, sono stati varati dieci decreti anti Covid che hanno previsto un’enormità di provvedimenti attuativi: 252. Ebbene: di questi ben 181 sono però ancora da emanare. Il dato più sconcertante riguarda il decreto liquidità, attesissimo :nessuna delle misure attuative infatti ha ancora visto la luce, e in questa gara alla meno si distingue il ministero delle Infrastrutture, con zero decreti su 35 messi in cantiere. Anche per quanto riguarda nel decreto Semplificazione si vede un governo in ritardo su tutto, che però ha già annunciato il prolungamento dello stato d’emergenza. Se le cose stanno così, è lecito chiedersi a cosa servirà, se non a garantire i pieni poteri al premier.
Conte dunque, invece di sbandierare i suoi presunti successi, prima avrebbe il dovere di vigilare sull’emergenza di un esecutivo paralizzato, e si capisce perché l’ipotesi del rimpasto chiesto da Renzi viene categoricamente esclusa: avrebbe solo l’effetto di un cerotto sulla piaga.

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