Il 21 maggio Conte disse al Parlamento ‘non ci possiamo permettere di protrarre l’efficacia di misure così limitative per un tempo indefinito. Un ordinamento liberale e democratico non può infatti tollerare una compressione dei diritti fondamentali, se non nella misura strettamente necessaria a difendere i beni primari della vita e della salute dei cittadini, in dipendenza di una minaccia grave e attuale. La permanenza di misure così severe sul piano delle limitazioni dei diritti fondamentali, oltre il tempo necessario ad invertire la curva del contagio, sarebbe dunque irragionevole e incompatibile con i princìpi della nostra Costituzione”.

La coerenza non fa parte del repertorio di un premier che firma i decreti sicurezza di Salvini, fa la foto di rito e dopo un anno li modifica additandoli al pubblico ludibrio.
Nessuna sorpresa se firma un nuovo Dpcm che proroga lo stato d’emergenza nazionale al 31 gennaio 2021.
Il codice della Protezione civile specifica che i poteri straordinari vanno impiegati “durante limitati e predefiniti periodi di tempo”, incompatibili quindi con la durata di un intero anno.

Si continua con l’utilizzo dei Dpcm in assenza dei necessari presupposti di legge e non si rispettano neppure le garanzie procedimentali minime previste per la loro adozione.I Dpcm sono atti amministrativi che non possono limitare le libertà garantite dalla Costituzione, come la libertà di circolazione e di riunione, la libertà religiosa, il diritto-dovere all’istruzione, la libertà di iniziativa economica fino alla libertà personale.
L’esondazione e l’accentramento dei poteri, del resto, è la cifra politica di Conte, che sta anche condizionando il ruolo delle Regioni, privandole dall’altro dell’autonomia prevista nel titolo V della Carta.

Per il lockdown di marzo, il Comitato tecnico scientifico era contrario perché allora il virus era più forte al nord e una misura così pervasiva avrebbe danneggiato, il resto del Paese. Ora che la situazione più a rischio è nel Lazio e nella Campania il governo sta per ripetere lo stesso errore in una irrefrenabile smania di comando. L’epidemia non è uguale ovunque, e limitare i poteri delle Regioni potrebbe diventare un boomerang per lo stesso governo, perché in una contingenza come questa l’autonomia non può essere considerata un rischio e non si può dare dell’Italia di nuovo l’immagine distorta di un unico e grande lazzaretto.

Di danni il protagonismo del premier ne ha già fatti troppi. Siamo di fronte a un’ambizione smisurata di potere inversamente proporzionale alla debolezza politica. Conte si sente investito di una missione salvifica e a Assisi si è spinto a dire che il governo si ripropone “una rigenerazione interiore sul piano culturale”, riaffermando così il mantra fondativo di tutti i movimenti autoritari. Non è compito del governo indicare doveri “morali” ai cittadini, che peraltro in questa emergenza hanno dimostrato di essere molto più responsabili di chi e’ al comando.Servirebbe un governo in grado di emanare poche norme chiare e di farle rispettare, magari facendole prima approvare dal Parlamento. Non di un premier che vagheggia rigenerazioni interiori davanti ai frati di Assisi e tornato a Roma perpetua la Repubblica fondata sui Dpcm.

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