Per commentare senza superficialità le elezioni di midterm in USA  è opportuno rifarsi a quanto dichiarò Alex Greenspan conducator indiscusso del The Group of Thirty, circolo privato dei top della finanza mondiale che Ulrik Beck ( il più grande studioso della globalizzazione) ha definito ‘ il baricentro della governance globale’.
“Siamo fortunati che, grazie alla globalizzazione, le decisioni politiche negli Stati Uniti siano state in gran parte sostituite dalle forze dei mercati globali. Sicurezza nazionale a parte, non fa quasi alcuna  differenza chi sarà il prossimo presidente. Il mondo è governato dalle forze di mercato.” 
E bisogna anche tenere a mente che le elezioni di midterm hanno un loro vissuto nella storia statunitense che dice che i suoi risultati mai hanno messo all’angolo il presidente sconfitto e spesso umiliato dagli esiti.
Ci sono state Waterloo addirittura peggiori di quelle di oggi.Come quella di Clinton nel 94  o di Obama nel 2011. Per la cronaca entrambi rieletti dopo la batosta.
Se si pongono questi due punti fermi,  se si mettono da parte gli entusiasmi degli uni e i penosi giustificazionismi degli altri, si possono trarre dei ragionamenti meno banali di quelli che circolano.
Si è detto più volte che il trumpismo non rappresenta  il contraltare dell’economia finanziarista e speculativa.
 Le grandi famiglie ( Clinton, Obama) e buona parte del partito democratico rappresentano la finanza che non intende derogare nè al sistema speculativo nè al globalismo finanziario, nè alle exporting democracy, green deal , clean energy transition  e in generale alla woke culture.
Il trumpismo si è rafforzato coi fallimenti di quelle politiche. Tuttavia si fonda  sugli stessi  princìpi basici di economia finanziaria e speculativa. Con la  differenza che ha proposto un sistema di profitti finanziari basato su dati più rispondenti alle realtà produttive specie se statunitensi, energetiche, di controllo dei commerci. Trump vuol primeggiare nella produzione e vendita di idrocarburi, esalta il gas e il petrolio ottenuti tramite il costosissimo fracking estrattivo. Vuole fare riprendere le produzioni in Usa mediante l’imposizione dei dazi, i benefici alle imprese che producono in USA, la lotta al lavoro nero e all’immigrazione clandestina. Un First America che prometteva ai cittadini ‘un’età dell’oro’ a spese di nemici e alleati-vassalli, fondato sulla forza e sulla sostanziale intesa di fatto con le altre grandi potenze, secondo la dottrina Kissinger. Avrebbe secondo il suo dire riportato la middle e la worker class sugli scudi. Ma il principio del profitto speculativo, come reddito per pochissimi, e non il ricavo da lavoro e rischio d’impresa per moltissimi è egualmente la forza traente che muove la carrozza.
Il trumpismo è l’altra riva dello stesso fiume. L’obbiettivo è il medesimo: il successo e il potere dei dominatori della finanza, poichè sono costoro a decidere e applicare il proprio volere tramite la governance USA, fondi, banche, multinazionali.
Il fallimento dei seguaci delle energie alternative e del globalismo tout – court aveva fatto decollare il trumpismo  e le sue regole, come alternativa per il successo degli stessi attori. Tutto doveva cambiare per non cambiare nulla.
A questo scenario Trump annetteva e prometteva  il miraggio di lavoro, tranquillità e benessere per un’ampia fascia di statunitensi da ceto medio fino ai diseredati. Una nuova ‘età dell’oro’ come diceva lui.
Errore pacchiano promettere tutto e subito. Come l’ aver scatenato un bellicismo repentino e arrogante o deportazioni massive o diktat agli stati gregari, che ruotano  nell’orbita di questa risorgente prepotenza yankee.
Certo è che la finanza decidente  a mezzo USA suo braccio governante, di sicuro non ha ostacolato il rampante trumpismo. Il Gruppo dei Trenta giudicava la variante trumpiana un cavallo vincente per uscire dalla voragine nella quale il globalismo finanziario e accessori woke e green deal  lo aveva cacciato. Probabilmente la cuspide permise le sceneggiate e i cambi improvvisi, le sbandate le intemerate del vecchio  marpione che forse in quel modo gestiva anche interessi non del tutto pubblici. Ma  la questione etica non è mai stata una delle priorità del mondo di Wall Street  e associati.
Avevano fatto male i conti: in primis le apparenti stranezze e le aggressioni belliciste del pupo prescelto per il teatrino che ha  aggiunto alle disposizioni  del Gruppo dei trenta e c., le sue personali interessenze e intemerate. Questo e le aggressioni verbali verso tutto e tutti, papa compreso, hanno messo un carico non irrilevante sulle disgrazie politiche dell’amministrazione Trump.
Si è aggrumato un  processo di discredito e di promesse mancate che ha interagito in modo determinante con l’umore e l’orientamento degli statunitensi, ancora una volta delusi e fors’anche beffati. Quello che altrove ho battezzato il ‘ sottopensiero collettivo ‘ si è messo in moto e ha risvegliato ansie di partecipazione e rivalsa soprattutto nei covi incontaminati del First America.
 L’insofferenza per sentirsi strumento fasullo e penalizzato di una lotta fra ricchi ha preso subitaneamente il sopravvento . È sbocciata una sorta di coscienza di comunità che ha colpito TUTTO il sistema, di cui il trumpismo è il primattore pro tempore. Ma di cui i Clinton gli Obama sono copratagonisti necessari e egualmente fuori dalla sfera di consenso, montante sì,ma verso altri lidi.
Il partito democratico americano è storicamente denominato la Grande Tenda  ( big tent) per gli orientamenti che vi convivono. Esso comunque, variegato e litigioso, è dominato e guidato dall’estabilshment che vive sul connubio con il funzionariato di Washington e con il mondo finanziario sull’asse Capitale federale-New York.
La Grande Tenda è stata e è oggi (e lo sarà ben più in futuro) la casa naturale  di figure politiche anomale, incollocabili, esterne al gioco di rimbalzo repubblicani – democratici. Una volta si sarebbero chiamati outsider. Oggi non più. Poiché non si tratta di casi puntuali, scollegati, occasionali.
È una fioritura frutto di un èmpito popolare, che rifiuta il classico clichè. Supera le polarizzazioni culturali, disinnesca le culture wars, punta agli interessi reali del territorio e delle comunità, infrangendo definitivamente anche i tabù dell’WASP e del patriottismo fasullo e belligerante, arricchisce le percentuali dei votanti.
Molti gli esempi concreti. Fra gli altri  le  native Deb Haaland (New Mexico) e Peggy Flanagan (Minnesota), la barista occasionale  Alexandria Ocasio-Cortez, figlia di immigrati portoricani New York)barista occasionale fino all’elezione; la senzatetto Cory Bush ( Missouri), l’afrocubano Maxwell Frost che ha scardinato il santuario dell’opulenza repubblicana, la Florida.
Un altro di questi James Talarico,Texas, ha pronunciato parole, che potrebbero essere assunte a manifesto di questa marea montante e determinata dal cambio di rotta  del sottopensiero collettivo:«L’unica minoranza che sta distruggendo l’America sono i miliardari. Le persone trans sono l’1% della popolazione. I musulmani sono l’1% della popolazione. Gli immigrati non documentati sono l’1% della popolazione. Ci stiamo concentrando sull’1% sbagliato…La nostra politica è a pezzi. La vera spaccatura in questo Paese non è tra destra e sinistra. È tra chi sta in alto e chi sta in basso.  I miliardari vogliono che ci guardiamo a vicenda, a destra e a sinistra, invece di alzare lo sguardo verso di loro. Le persone in cima lavorano duramente per tenerci arrabbiati e divisi perché la nostra unità è una minaccia alla loro ricchezza e al loro potere. Ci dividono per partito, per razza, per genere, per religione o per cultura in modo che non ci accorgiamo che ci stanno sfilando i soldi dalle tasche. È la strategia più antica del mondo: divide et impera.”.
Tutto il mondo è paese.