Un ministro e un alto magistrato hanno uno scontro sulla direzione del Dipartimento dell‘ amministrazione penitenziaria (DAP). La divergenza viene alla luce a causa dei provvedimenti di scarcerazione di mafiosi anche sottoposti al regime del 41bis.Il magistrato dice per telefono in tv che il ministro dopo averglielo proposto, gli negò l’incarico direttivo, avendo conoscenza delle minacce dei capimafia per l’eventuale nomina. Il ministro replica in tv. Per telefono. Ci si è sbizzarriti su scena, retroscena in un’orgia comunicativa superficiale e consueta. Per chi non ama i luoghi comuni l’aspetto saliente della vicenda è la latitanza di senso delle istituzioni, lo smarrimento della consapevolezza dei ruoli e delle responsabilità’. In un talk show televisivo un magistrato, tanto in alto da giudicare chi giudica, esperto di criminalità organizzata dichiara neppur velatamente, che un ministro non lo ha nominato alla direzione del DAP dopo averglielo proposto, avendoci ripensato in concomitanza con le minacce dei capi ‘stragisti’ della criminalità organizzata. Il magistrato fa intendere che con lui di certo i mafiosi non sarebbero stati scarcerati. Nessuno che io sappia ha evidenziato l’irritualita’ dell’intervento in un talk show , per questioni di stato gravi e delicate. Un magistrato con quei ruoli e quelle responsabilità’ non si comporta come una massaia ciarliera accusando un ministro di un comportamento idoneo a ledere la credibilità del sistema. Il magistrato avrebbe dovuto riferire il fatto non alla tv ma al CSM di cui è membro e al suo presidente che è anche il presidente della repubblica. Avrebbe dovuto rappresentarlo alla Procura distrettuale antimafia, di cui faceva parte, poiché non è peregrina l’ipotesi di commissione di reati. Si è di fronte a uno sfregio istituzionale e al silenzio dei media. Come diceva Corrado, nel presentare altri dilettanti allo sbaraglio. “Non è finita qui”. Il ministro sotto attacco non dirama una nota ufficiale di censura del metodo e del merito. Non richiede l’intervento del presidente del consiglio. Non chiede udienza al presidente della repubblica, perché’ intervenga per il rispetto delle istituzioni. Non chiede di riferire alle camere. Come la massaia dirimpettaia, anche lui telefona in tv, in un siparietto da Sodoma delle istituzioni. I due si sono contenuti come chi ricoprendo una cattedra di matematica ignori la tavola pitagorica. Il ministro si disse esterrefatto. Difficile spiegare alle due parti in causa che gli esterrefatti sono gli italiani dabbene, quelli estranei ai luoghi comuni, che sanno che il rispetto dei ruoli e delle istituzioni, il senso dello stato sono il primo fondamento per una rinascita. Non è solo una questione oggettiva, ma anche soggettiva: la qualità degli attori determina la qualità della rappresentazione. Lo scadimento dello spessore delle figure pubbliche, ci regala episodi lontani da ogni abbecedario delle istituzioni dove la forma è sostanza e il confine fra licenza e libertà è tenue e ignorato da chi ricopre ruoli superiori alle proprie forze, con danni irreparabili per tutti.

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