Che Letta non ne stia azzeccando una da quando è stato acclamato segretario del Pd lo dicono ormai a mezza voce anche nel suo partito, ma sostenere – come ha fatto dopo il ritorno dei talebani a Kabul – che la democrazia non si esporta con la guerra è una bestemmia storica contraddetta dalla realtà. Se in Afghanistan l’Occidente ha fallito, infatti, questo non toglie che le guerre giuste esistono, eccome, e uno slogan del genere è solo un altro passo per accattivarsi le simpatie del vetero-pacifismo militante che venti anni fa si mobilitò sotto le bandiere arcobaleno contro l’imperialismo amerikano.

Il nuovo secolo è stato caratterizzato fin dall’inizio da sfide globali e da pericoli tanto estesi quanto difficilmente identificabili, con l’affermarsi del concetto di guerra asimmetrica dopo l’attacco alle Torri Gemelle. La minaccia terroristica, l’instabilità dell’economia mondiale e le grandi migrazioni sono fattori che hanno portato a declinare il concetto di pace in modo molto diverso rispetto al passato.

La Pace, in un simile contesto, non significa più solo rifiuto della guerra. Il vero senso della pace, o meglio, della cultura della pace è proprio la difesa attiva dei principi che reggono la civile convivenza tra i popoli. E’ stato questo il senso del nostro impegno, anche militare, nei teatri di guerra come l’Irak e l’Afghanistan. Il supporto delle Forze armate e di polizia alla ricostruzione della società civile afgana e delle sue istituzioni, che ha trasformato Herat in un modello di missione umanitaria e di cooperazione, resta un esempio di professionalità che non può essere inficiato dalla ritirata precipitosa decisa unilateralmente dagli Stati Uniti. Un errore fatale non giustifica il rovesciamento della realtà: è un fatto che la guerra al regime talebano, santuario del terrorismo islamico, ha consentito, col ripristino dei diritti umani, venti anni di emancipazione delle donne afghane. Ora il ritorno del burqa, della segregazione e delle lapidazioni in piazza è certo una sconfitta drammatica per l’Occidente, ma coloro che oggi puntano il dito sulle colpe americane sono gli stessi che venti anni fa tifavano per mantenere al potere il mullah Omar, comprese troppe femministe che fingono di non vedere la difficile condizione delle donne nei regimi islamici.

La nozione di “pace” va insomma ben distinta dal pacifismo, che ne rappresenta la declinazione strumentale a fini politici. Storicamente, il pacifismo – italiano e non solo – è stato e resta infatti lo strumento politico di coloro che si oppongono all’Occidente, e che vogliono disarmarlo di fronte ai suoi nemici, quali essi siano. Si pensi ai Partigiani della Pace degli anni Cinquanta, che in nome della pace difendevano l’Unione Sovietica e il suo espansionismo, e si pensi, appunto, al pacifismo arcobaleno che voleva un Occidente inerme di fronte all’offensiva del fondamentalismo islamico.

Il pacifismo ha sempre mobilitato le anime belle solo quando le democrazie occidentali hanno dichiarato guerra a qualche tiranno, si chiamasse Milosevic o Saddam, o Bin Laden. Ai professionisti del pacifismo va insomma ricordato che la pace in sé non è un valore assoluto, perché senza libertà la pace diventa un valore del tutto relativo. E per imporre una pace nella libertà è necessario, piaccia o non piaccia, esportare la democrazia, o almeno tentarlo.

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