L’ultimo censimento sulle Fondazioni ne ha registrate ben 121 che si occupano di politica, quasi tutte riconducibili al centrosinistra, e delle 101 che avevano un sito solo 19 (tra cui Open) pubblicavano il loro bilancio. Non perdiamo tempo a chiederci perché, in questo variegato panorama, finora la magistratura ha indagato solo e soltanto su quella renziana, con un immane dispiegamento di uomini, mezzi e risorse. La risposta è infatti insita nella domanda, essendo Renzi – ancorché in disgrazia di consensi – il nuovo nemico numero uno della sinistra. L’ultima Leopolda ha sparato a palle incatenate contro il partito delle procure che, arrogandosi il diritto di decidere cosa sia un partito e cosa no, lede il principio della separazione dei poteri e la stessa democrazia. Peraltro il collateralismo delle fondazioni politiche rispetto ai partiti è sempre esistito, ma è ormai invalso il teorema secondo cui a qualsiasi forma di attività politica è attribuibile un’ombra di legittimo sospetto.
Inutile ricordare che questa è una deriva nata ai tempi di Tangentopoli, successivamente alimentata dagli scandali dei tesorieri Lusi (Margherita) e Belsito (Lega) e poi codificata dall’abolizione totale del finanziamento pubblico decisa nel 2013 dal governo Letta. L’allora premier la annunciò usando parole di fuoco contro il sistema dei partiti: “Tutte le leggi sui rimborsi elettorali introdotte dal 1994 ad oggi sono state ipocrite e fallimentari, non rimborsi ma finanziamento mascherato” – scandì, riscuotendo il plauso del Parlamento, in un generale e grottesco autodafè.
Ma senza soldi non si fa politica, solo l’ubriacatura anticasta poteva ipotizzare il contrario, e l’attacco mediatico-giudiziario contro la Fondazione Open ha innescato il cortocircuito finale, visto che se dopo la messa al bando del finanziamento pubblico la magistratura criminalizza anche quello privato, si entra in un vicolo cieco, anche a causa del tetto contributivo imposto dalla sinistra alle donazioni per impedire a Berlusconi di finanziare Forza Italia. La classe politica ha fatto di tutto, insomma, per delegittimarsi da sola, facendosi dettare l’agenda prima da Di Pietro e poi da Grillo, e dando corpo di legge a una lunga serie di fattispecie vaghe come il traffico di influenze, il voto di scambio o l’autoriciclaggio, che hanno fornito alla Procure le armi improprie per essere colpita e criminalizzata. La mancata regolamentazione delle lobbies ha poi fatto il resto, lasciando un colpevole vuoto legislativo nella zona grigia dei rapporti tra interessi economici e politica.
Ora il caso Open dimostra che sarebbe il momento di decidere se i partiti sono uno strumento insostituibile della democrazia o un cancro da estirpare, e se il loro finanziamento è uno scippo ai cittadini o una necessità democratica. La sensazione, molto sgradevole, è che sia in atto un’operazione per certi versi simile a quella dell’inizio anni Novanta, ma allora c’era un collaudato sistema trasversale di finanziamento illecito alle forze politiche di cui non si vede fortunatamente più traccia, eppure la furia giacobina non accenna a diminuire, nonostante l’istituzionalizzazione del grillismo arrivato perfino a chiedere il due per mille.
Il fatto è che quando ci si avvita nelle spirali demagogiche non basta mai nulla per placare la bestia antipolitica: né la riduzione del numero dei parlamentari, né il taglio alla loro indennità, né la riduzione in bolletta dei partiti. Quindi, forme ridotte, controllate, trasparenti di finanziamento pubblico sarebbero sicuramente meglio di molti o pochi finanziamenti privati, su cui la magistratura – come si è visto – può decidere a sua discrezione se sono illeciti o no. Dipende dal destinatario.

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