La proposta di legge costituzionale presentata dal Pd per impedire la rielezione del presidente della Repubblica abolendo contestualmente il semestre bianco ha nella sua stessa ratio il virus paradossale – nemmeno troppo mascherato – della contraddizione, ossia convincere Mattarella a rimanere al suo posto accettando un bis, anche se solo a tempo.
Una mossa maldestra, dettata dalla disperazione di non avere in rampa di lancio candidati spendibili per il Colle dopo averlo occupato per tutto il corso della seconda Repubblica, per cui Mattarella doveva essere rieletto per restare in carica solo fino all’approvazione delle nuove regole quirinalizie. Poi, a causa della Costituzione modificata su quel punto specifico e di un Parlamento eletto con regole nuove, il presidente avrebbe dovuto dimettersi. L’uso del condizionale passato è giustificato dallo “stupore” fatto trapelare dal Quirinale per questo machiavello da Azzeccagarbugli.
Mattarella infatti non solo ha sempre escluso la possibilità del bis, ma in diversi interventi ha auspicato con estrema chiarezza la non rieleggibilità del capo dello Stato – non certo per finta – con la contestuale abolizione del semestre bianco, e lo ha fatto citando le autorevoli ma inascoltate prese di posizione dei suoi predecessori Segni e Leone, il primo con un messaggio alle Camere del ’63, il secondo con un intervento formale in Parlamento del ‘75, ritenuto come uno dei suoi più significativi interventi sulle riforme istituzionali. L’obiettivo di entrambi i presidenti era quello di eliminare dalla Costituzione il retaggio anacronistico legato al timore, dopo il Ventennio fascista, di una nuova svolta autoritaria, perché già allora era impensabile che un presidente della Repubblica potesse sciogliere le Camere per farsi rieleggere da un Parlamento a lui asservito. La democrazia aveva infatti maturato tutti gli anticorpi necessari.
Segni propose la riforma ispirandosi alla Costituzione degli Stati Uniti che, dopo l’approvazione del ventiduesimo emendamento, aveva sancito il divieto del terzo mandato del Presidente “per evitare il danno delle continuità personali proprie dei regimi ereditari e innaturali in un regime repubblicano”. E siccome la durata di due mandati alla Casa Bianca – otto anni – è paragonabile al Settennato al Quirinale, Segni ritenne che questo fosse un periodo sufficiente a garantire “una continuità nell’azione dello Stato”. Poi, una volta disposta la non rieleggibilità, si sarebbe potuta anche abrogare, appunto, la disposizione dell’articolo 88 comma 2 che toglie al presidente il potere di sciogliere il Parlamento negli ultimi mesi del suo mandato. “Questa disposizione altera il difficile e delicato equilibrio tra i poteri dello Stato e può far scattare la sospensione del potere di scioglimento delle Camere in un momento politico tale da determinare gravi effetti” – scrisse con evidente lungimiranza. Quella lungimiranza di cui non c’è traccia nell’iniziativa del Pd, vista la più che sospetta coincidenza temporale con la scadenza del mandato di Mattarella. Il quale ha messo una pietra tombale sull’ipotesi di un bis. Il Pd sta dunque arrivando nudo alla meta, e ora sarà interessante vedere se il centrodestra riuscirà nel capolavoro di riconsegnargli ugualmente il Colle.

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