Caro direttore, ho letto l’articolo denominato “La grande Bufala”, e vorrei contribuire al dibattito con alcune riflessioni. Premetto che non concordo con l’80% di ciò che scrivi. Ma veniamo al dettaglio:

Finanziamento pubblico dei partiti: Premettto che sono vice segratario ammimistrativo del PDL e conosco tutti i conti. La nostra rata annuale onnicomprensiva di ogni rimborso elettorale e’ stata di 32 milioni. Il costo complessivo per lo Stato è di circa 180 milioni. Il rimborso e’ stato diminuito in tre anni di circa il 30% ed e’ variabile. Non e’ un eccezione italiana perché in Europa occidentale e negli USA, esiste ed e’ addirittura superiore come l’on Sposetti (Pd) ha ampiamente comunicato a tutti i media con una puntualissima nota.

Un partito svolge una funzione essenziale riconosciuta dalla Costituzione che anzi precisa che senza partiti non c’è democrazia( art49). Un partito ha sedi, personale, mezzi per svolgere la sua attività. E’un’azienda come un’altra che produce politica e costa. Le entrate: rimborsi elettorali, tesseramento, dazioni volontarie, contribuzioni degli eletti. I partiti (diversamente dai sindacati) hanno bilanci ferrei sottoposti a rigidi controlli. Io ho redatto quello del Pdl e posso garantire che non sfugge un euro. Trovo preferibile che il costo della democrazia sia pubblico per impedire sia distorsioni nel consenso, sia le ruberie spacciate per sacrifici per il partito. Il populismo su questo versante non paga. Agevola i ladri e gli avventurieri e le lobbies peggiori. La dizione rimborsi elettorali è corretta, perché per competere alle elezioni ci vuole un partito, oltre alle spese vive delle campagne.

Numero parlamentari/uninominale. Chi vuole la riduzione dei parlamentari vuole una cosa giusta perché siamo troppi. Sono inutili due camere, così come è una sciocchezza la camera delle regioni al Posto del senato, perché c’è già la conferenza stato regioni che basta e avanza. La sciocchezza sta nel predicare l’uninominale. Due motivi extra: con l’uninominale può vincere chi prende meno voti. Come è già successo. Insomma vince chi perde.

Favola del deputato espressione del territorio: Oltre l’80% dei collegi sono blindati. Chi va va. Tanto passa . Ricordo per esempio di Pietro in Mugello o Boselli in Valdichiana. Ma queste sono motivazioni extra. Quella di fondo è l’errata lettura (putroppo generalizzata) del ruolo del parlamentare. In uno stato, che come dice la costituzione è formato da repubblica – regioni – province – aree metropolitane e comuni, ogni eletto ha una sfera precisa di competenza nell’esercizio del mandato. Per i consiglieri comunali è il comune, per i consiglieri provinciali la provincia, per i regionali la regione e per i parlamentari la repubblica. Cioè l’interesse generale, o se si preferisce, nazionale. Non sono superconsiglieri comunali ben messi a Roma. Nè sindacalisti territoriali. Sono i rappresentanti della repubblica. Meno è territoriale un parlamentare e meglio è. Per fare un esempio, la soppressione delle province: prego vedere emendamenti dei vari parlamentari che vogliono salvare questa o quella provincia, cambiare gli accorpamenti, salvare gli uffici decentrati. E vedrete cosa succederà per la chiusura dei piccoli tribunali. Il parlamentare costretto ad accattivarsi la maggioranza di quei 90.000 cittadini sarà costretto alla difesa di ogni particolarismo. 

Già avviene ora, figuriamoci con l’uninominale cosa succederebbe .

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