Alessandro Artini

Piu’volte ho sostenuto la necessità di aprire le scuole alle lezioni in presenza

L’apprendimento richiede la prossimalità delle presenze fisiche e si fonda sulla socializzazione, che non è un pendant delle lezioni, bensì un loro ingrediente essenziale.

Che valore abbia la fisicità, in qualsiasi manifestazione o performance, ce lo spiegano infatti quei raffinati docenti che sono gli uomini di spettacolo. La cantante Francesca Michielin, ad esempio, in una recente intervista, ha dichiarato che esibirsi senza pubblico “è spettrale”, infatti “la presenza del pubblico è la metà del concerto”. Sonia Bergamasco, a sua volta, ha spiegato che, in teatro, il pubblico “dà respiro” alla recitazione ed è ciò che manca tanto nello streaming quanto nelle riprese televisive.

I docenti, quelli bravi, sanno che una lezione è paragonabile in tutto e per tutto ad un’esibizione musicale, teatrale… Fin qui, il mio ragionamento si è mosso dal punto di vista della docenza e della soggettività, richieste a chi insegna, ma dovremmo parlare anche dei “danni”, forse irrisarcibili, che gli alunni riportano a seguito delle lezioni in DAD, sia sul piano degli apprendimenti che su quello psicologico. Senz’altro ne acquisiremo piena consapevolezza tra qualche tempo, quando tutto sarà concluso.

Tuttavia, mi pare che alcune proteste siano fuori luogo. Il fatto che nonostante la chiusura delle scuole (cioè il loro funzionamento “da remoto”), non vi sia stato alcun calo dei contagi, non testimonia affatto dell’inutilità della scelta. Dovremmo fare un “esperimento mentale”, per capire cosa sarebbe successo se le scuole fossero state aperte, ma è molto difficile procedere in tale direzione Forse non sarebbe arduo ragionare in termini comparativi con realtà simili alla nostra, perché la sperimentazione, nelle scienze sociali, si avvale del raffronto con altre situazioni analoghe.  Se adottassimo uno sguardo in controluce con quanto è accaduto in Inghilterra probabilmente potremmo osservare che, prima dei processi massivi di vaccinazione, la cosiddetta variante inglese (molto più diffusiva del ceppo originario) aveva prodotto una forte crescita di contagi e mietuto molte vittime.

In Inghilterra, i giornali hanno scritto che la ferocia del virus e del contagio era aumentata circa del 70%. Un dato non trascurabile che, se validato dalla scienza (e ciò in Inghilterra è stato fatto), porrebbe in dubbio l’efficacia delle tradizionali misure di sicurezza.

Si dice (e vi sono alcune ricerche che lo dimostrano) che a scuola non ci si contagia. Anche la mia esperienza di preside conferma una tale affermazione, ma fino a poco tempo fa. Accadeva, infatti, che gli alunni, dopo essere stati posti in quarantena per la presenza di un caso positivo in classe, rientrassero tutti a scuola con il tampone negativo. Ciò costituiva la prova della relativa sicurezza delle aule. Ma attualmente viviamo la stessa situazione?

Probabilmente anche oggi la maggior parte dei contagi ha una natura esterna agli edifici scolastici, ma una tale constatazione non mi pare per nulla confortante. L’attivazione delle scuole in presenza, laddove il controllo sociale e la sicurezza dei trasporti non fossero pienamente garantiti, produrrebbe comunque un aumento dei contagi. Ha senso correre una tale rischio alla luce dell’imminente arrivo dei vaccini?

Anche se le misure di sicurezza vengono rispettate, siamo sicuri, ad esempio, che il metro di distanza dalle “rime buccali” sia sempre sufficiente?

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