Nel primo discorso di fine anno del suo secondo Settennato, Mattarella non è entrato nel merito del progetto di riforma in senso presidenziale che investe anche la figura “terza” del capo dello Stato, ma un monito implicito lo ha comunque lanciato, rimarcando che la Costituzione “resta la nostra bussola”. Ma ieri la Costituzione italiana ha compiuto 75 anni, tre quarti di secolo, e anche se per la sinistra è la più bella del mondo, i segni dell’usura si vedono tutti. A partire dalla “Repubblica fondata sul lavoro” – come vollero i comunisti – e non sulla libertà.
Sono passati ben 40 anni dalla Bicamerale Bozzi, primo tentativo di una riforma mai nata e ora il centrodestra, col mandato pieno ricevuto dagli elettori, ha il dovere di avviare senza esitazioni il cambiamento.
Anche l’ammodernamento delle istituzioni, infatti, può essere considerato un’emergenza.
La premier ha aperto alla strada della Bicamerale, ma trovare la quadra sarà arduo, perché ci sono resistenze anche nella maggioranza. Di sicuro, dunque, sarà una battaglia lunga e difficile, anche se il superamento del bicameralismo paritario e una riforma delle autonomie per sanare i danni causati dalla riforma del Titolo V sono esigenze oggettive su cui una convergenza è quantomeno auspicabile.
Il vero nodo, comunque, sarà il presidenzialismo.
Si parte dal modello francese, ma si potrebbe ragionare anche su una soluzione che preveda il governo parlamentare del primo ministro per non intaccare il ruolo di garanzia del Capo dello Stato.
Nel pacchetto di riforme potrà essere inserita inoltre la modifica in senso liberale dell’articolo 41 della Costituzione, rafforzando il concetto di libertà d’impresa, inteso come insindacabilità delle scelte imprenditoriali. E finalmente si potrà dare corso alla riforma della giustizia, partendo dalla separazione delle carriere tra giudici e pm, per la quale è necessaria una modifica costituzionale, con due diversi Csm e una Corte disciplinare esterna. La giustizia – forza Nordio! – è lo scoglio che ha finora impedito all’Italia di essere un Paese normale, vigendo una sorta di autoritarismo giudiziario che negli ultimi trent’anni ha generato solo ingiustizia.
Qui si annida il paradosso del fronte giacobino che si fa scudo della Costituzione stravolgendone però, di fatto, il profilo garantista. La giustizia penale non dovrebbe mai avere, per definizione, finalità politiche perché la responsabilità penale è personale. Come espressione della volontà punitiva dello Stato per chi commette singoli reati, essa dovrebbe quindi esaurirsi nella valutazione di fatti specifici, le cui conseguenze possono essere anche politiche, ma solo come riflesso occasionale e non come fine strategico. Invece l’esperienza italiana ha dimostrato che una certa giustizia può addirittura portare alla fine di un sistema politico, all’esautorazione di un’intera classe dirigente e può, in definitiva, sostituirsi al popolo nella scelta di chi deve governare il Paese.
Per questo è giunto il momento di voltare pagina, senza volontà punitive ma tenendo presente che la questione giustizia in Italia è diventata una questione di sovranità democratica.
Oltre che la risposta alle emergenze contingenti, dunque, saranno proprio le riforme la prova del nove della maggioranza in questa legislatura.

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