Un destino cinico e baro, da una parte ci ha sottratto rappresentanza (le province), dall’altro ci ha restituito burocrazia (i prefetti). I politici prima o poi passano tutti, ma i burocrati restano sempre.

Il 15 luglio 2013, un documento dell’ufficio politico federale della Lega costituiva la base di una proposta di legge che Matteo Salvini rilanciava per raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione delle prefetture. E’ il primo e forse unico vero attacco istituzionale al ruolo dei prefetti in Italia da parte di un partito con un peso specifico ed un elettorato tutt’altro che trascurabili.

Vi si leggeva questa frase: «E quindi chiaro che il prefetto si pone in netta contrapposizione con le esigenze di un vero decentramento dei poteri in favore delle autonomie locali e di ogni vera riforma federale del Paese». La riedizione della famosa frase Via il prefetto! del Presidente Luigi Einaudi. Ma anche più tardi, poco prima delle ultime elezioni politiche, Salvini l’1 agosto 2017  aveva promesso: «Quando saremo al governo faremo quel che non abbiamo fatto anni fa quando già eravamo al governo. Cancelleremo la figura più inutile della democrazia italiana che è il prefetto». E aggiunge Matteo Salvini: “Quando si tratta di polemizzare sull’operato di sindaci e presidenti di Provincia, tutti i partiti sono sempre pronti a stracciarsi le vesti per ogni minima mancanza, mentre delle opacità e degli sprechi delle Prefetture italiane nessuno parla mai, Grillo compreso. Nel frattempo il Governo taglia le Province e mantiene le Prefetture – continua il segretario – carrozzoni statali che fagocitano circa nove miliardi all’anno per svolgere funzioni che potrebbero ben più efficacemente essere in capo agli enti locali. Come dovrebbe essere in un Paese democratico, dove la legittimazione non proviene da una circolare ministeriale, ma dal voto democratico dei cittadini”.

Il tempo di sedersi sulla poltrona di ministro dell’Interno, ed è lo stesso Salvini, diventato anche vicepremier, che ribalta e contraddice le sue tesi neppur troppo antiche. Una volta resosi conto di come funziona l’apparato centrale, ma soprattutto periferico, del Ministero dell’interno e degli uffici a questi collegati, si è convinto di avere una macchina affidabile, perfettamente collaudata, in grado di intervenire con successo nelle situazioni più delicate ed ha conseguentemente deciso di valorizzarla, creando i superprefetti, anzi le superprefette, viste le citazioni dei casi di Firenze e Bologna, al fine di aver ragione dei balordi e della microcriminalità nei quadranti più sensibili delle città italiane, definite le zone rosse.

Quanta differenza con i propositi di quel documento leghista dove si leggeva: «Il prefetto infatti, essendo l’emanazione periferica dello Stato sul territorio, è sinonimo di centralismo. Ecco perché mantenere la figura del prefetto significa mantenere un controllo finale dello Stato centrale sulle autonomie locali che, invece, hanno il diritto di autogovernarsi all’interno di un sistema che si voglia configurare come federale». Ed infatti il famoso federalismo è ormai sparito dall’orizzonte dei vari governi.

Nel nostro paese ci sono 80 prefetti senza incarico (una ventina saranno a disposizione del ministero), ma con lo stipendio di prefetto, che è sensibilmente superiore a quello di viceprefetto: e questo comporta un esborso per le casse dello Stato, nell’immediato e per gli anni successivi. La logica di questa decisione? Mero arroccamento burocratico, in vista di futuri tagli al numero complessivo dei prefetti, meglio allargarsi, finché i ministri di oggi si prestano ad assecondare un passo del genere, suggerito dal ceto prefettizio. In tal modo, se mai domani dovesse arrivare qualche sforbiciata, sarebbe sempre sul di più già ottenuto.

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