Quando la moda di privatizzare inondò l’Italia vi fu una gara che rese le dismissioni del patrimonio statale simile ad un assalto di squali ad una balena ferita. Fra le parti del cetaceo banchettato c’erano le concessioni autostradali, la maggiore parte delle quali fini ‘ai Benetton. L’affare ebbe sponsor come Meryl Lynch ,Rothschild, Goldman Sachs, Lehman Brothers. Il business rientrava nella strategia per la privatizzazione dei beni di Stato disegnata nel panfilo Britannia quel 2 giugno 1992 .Fu privatizzazione, non liberalizzazione. Non è una questione semantica. Liberalizzare è porre sul mercato, in questo caso, le concessioni autostradali. Lo Stato predispone un’offerta, con le garanzie, i controlli, le tutele, le clausole risolutive, il prezzo e in genere si riserva una piccola quota con Golden share. Si destina il bene all’offerente migliore per struttura, solvibilità e così via. Il bene è in vendita con una serie di regole e garanzie per avvicinare il più possibile l’interesse pubblico, l’efficienza di conduzione del privato e il suo profitto.

Privatizzare è assegnare quanto si intende dismettere ad un acquirente preselezionato con criteri soggettivi. L’affare avviene con trattative le più varie. Si dà il via a un rapporto elastico con lo scopo di concludere con il soggetto individuato una transazione che risente di più fattori fra i quali il favore goduto nella selezione, i vari interessi che si intersecano nel contesto e quanto purtroppo di solito c’è nei rapporti con la mano pubblica. Con la privatizzazione si trasferisce il bene e si contemperano i tornaconti gravitanti nelle orbite consuete. Ne escono sottoesposti la qualità dei servizi, delle prestazioni, dei canoni, dei controlli. Non si azionano le regole del libero mercato e le protezioni del pubblico interesse. Si perpetuano le insufficienze della gestione politico-statale in una conduzione para privata che ai quei mali aggiunge la necessità del profitto. In questi frangenti un’opposizione credibile offrirebbe una ricostruzione veritiera dell’impiccio Benetton e proporrebbe una soluzione. Se si ricorda che gli stati culla del pensiero liberal -liberista hanno le reti autostradali con gestione pubblica (Svizzera, Germania, Francia, Regno Unito), le brutte figure non si fermano. Sono smentiti gli entusiasmi degli stalinisti di ritorno e le critiche dei novelli liberisti. Il problema è tutto italiano. Nel nostro paese si confonde il servizio pubblico con la struttura pubblica. Può benissimo il servizio pubblico (gestione autostrade) essere assolto da una struttura privata. La questione non è ideologica, ma di efficienza del servizio. La teoria dice che il minor costo per il miglior servizio sarebbe un servizio pubblico efficiente che non comporta l’aggravio dei costi per gli utili né le penalizzazioni per la loro massimizzazione. La realtà italiana esclude questa opzione: il pubblico lievita i costi e non migliora il servizio. Necessario ricorrere ad una soluzione privata, dove il maggior costo per il conseguimento del profitto sia compensato dal miglior servizio a costi minori. La soluzione è l’esercizio della liberalizzazione, che non è migliore in sé, ma è la migliore a condizioni date. Soluzione che risponde ai canoni della concretezza, lontana da ideologismi, dal niente di un’opposizione non all’altezza, dal nulla di un governo che ha nell’immobilismo e nelle promesse fantasiose la sua ragione di vita.

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