Zingaretti ha stilato una sorta di manifesto politico, zeppo di luoghi comuni, che è in realtà un micidiale mix di impotenza e di arroganza, nel tentativo maldestro di ribaltare sul centrodestra le palesi contraddizioni di una maggioranza che fa acqua da tutte le parti. Il segretario sogna in grande e sembra guardare lontano, alle sorti magnifiche e progressive del grillopiddismo: sostiene infatti che non è in gioco solo un’alleanza di governo ma, addirittura, la “tenuta della nazione”, e si dipinge quindi come il salvatore della Patria per aver siglato un’alleanza strategica con i Cinque Stelle che, per le modalità con cui è nata, somiglia molto più a un patto balneare. Col paradosso che Grillo e Di Maio – come gli amministratori di condominio che convocano le assemblee alla vigilia di Ferragosto per mandarle deserte – l’hanno almeno sottoposto alla farsa della votazione sulla piattaforma Rousseau, una parvenza di democrazia che nel Pd è ormai sconosciuta, visto che perfino le svolte “epocali” vengono decise senza neppure convocare gli organi di partito.
Dunque, la salvezza nazionale e il superamento della peggior crisi dal dopoguerra passerebbero dalla contaminazione strutturale tra il Movimento della decrescita felice e una sinistra totalmente orientata a rispolverare i vecchi richiami della foresta: statalismo e giustizialismo. Zingaretti ne è talmente convinto da sembrare un fiume in piena: rivendica addirittura come “lungimirante” la scelta di formare questo governo – che lui peraltro non voleva, glielo impose Renzi – e depreca il fatto che l’Italia non cresca da dieci anni, omettendo però di ricordare che sono proprio gli anni in cui il Pd è stato quasi ininterrottamente al governo. Ma perché perdere tempo in inutili autocritiche? Il segretario convertito al grillismo rivendica il successo di aver ottenuto risorse ingenti dall’Europa “che Salvini non avrebbe mai potuto avere”, a partire da quel Fondo SalvaStati che i suoi alleati però gli impediscono di utilizzare e per il quale, come su tutti gli altri dossier, ha lanciato il consueto penultimatum destinato a restare lettera morta. Il suo è quindi il definitivo addio alla vocazione riformista troppo spesso sbandierata solo come specchietto per le allodole.
Ormai il Pd è una macchina gestita non per governare degnamente il Paese, ma il cui obiettivo strategico è solo la gestione del potere senza consenso. Un partito-Stato, insomma. Per questo Zingaretti si spinge a definirlo come “il partito che risolve i problemi in un’ottica riformatrice e realistica”, “il motore affinché le cose cambino in meglio”, e lo candida “a guidare la transizione”. Verso dove non lo specifica, ma l’approdo più probabile sarebbe una deriva pauperista e illiberale da cui difficilmente l’Italia riuscirebbe a rialzarsi. Più che una promessa, dunque, un’autentica minaccia accompagnata da un programma talmente vago che sembra copiato dagli Stati Generali di Conte: “innovazione, ricerca, scuola, capitale umano, green economy, digitalizzazione, ammodernamento della pubblica amministrazione, rilancio delle politiche industriali, infrastrutture moderne”. Insomma: un improbabile Bignami di riforme talmente fondamentali che in un anno di governo rossogiallo non sono state neppure abbozzate. E dunque, quello di Zingaretti è solo un sogno di mezza estate da cui è destinato a svegliarsi bruscamente, speriamo già alle regionali, quando potrebbe suonare la campana per Conte e la sua maggioranza.

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