di  Francesco Storace *

Alla fine si fa pure sfottere da quelli che ogni minuto menano vanto per averlo portato a Palazzo Chigi mettendo fine ai governi di Giuseppe Conte. Povero Mario Draghi, sbeffeggiato sull’impennata dei prezzi da un deputato di Matteo Renzi, Michele Anzaldi, abilissimo nel ficcare le dita negli occhi del premier che ancora non comprende che ogni parola che pronuncia viene letta in controluce.

Scrive nella sostanza Anzaldi in una interrogazione depositata nelle ultime ore: se per il catasto non hanno senso valori fiscali vecchi di decenni – come dice Draghi – perché ci dobbiamo tenere le accise per l’Etiopia e tante altre? Il ragionamento non fa una grinza e mette a nudo troppa improvvisazione. Perché è stato proprio il presidente del Consiglio, nella rissa sulla revisione degli estimi catastali, ad affondare la lama su tasse vecchie da decenni. E il furbacchione deputato di Renzi gli ha rinfacciato proprio quelle antichissime che gravano sul costo della benzina per gli automobilisti.

È una lezione inflitta a Draghi, che non può sottovalutare le ansie degli italiani di fronte al costo della vita – dal carburante agli alimentari – che si alza sempre di più. Basti pensare che il prezzo dei carburanti in queste settimane ha raggiunto il suo record storico, superando i 2 euro al litro sia per la benzina che per il gasolio. Le tasse incidono per il 55 per cento sul prezzo della benzina e per il 51 per cento sul prezzo del gasolio.

Tra le accise che ancora oggi pesano sul costo dei carburanti ci sono quelle introdotte nel 1935 per la guerra d’Etiopia, nel 1963 per il disastro del Vajont, nel 1980 per il terremoto in Irpinia. Sui carburanti pesa l’Iva al 22 per cento che come imposta percentuale aumenta al crescere del costo in valori assoluti dei carburanti, moltiplicando gli introiti per lo Stato. Ha detto sul catasto il presidente del Consiglio: non è giusto «applicare un coefficiente fisso su valori che non hanno senso», visto che «l’impianto del catasto è del 1939» e «gli estimi sono del 1989 (…)». Per poi affermare che «questa procedura deve finire. Vogliamo trasparenza». Bene. Agisca. Ma senza demagogia e soprattutto senza incoerenza. Perché se una tassazione antica nel tempo serve come pretesto per agire con la leva fiscale sulla casa, non si capisce per quale motivo non si debba invece agire prioritariamente sulla benzina gettando a mare tutte le accise che ne aumentano il prezzo alla pompa.

A Draghi non può sfuggire il senso di profonda ingiustizia che emerge dalle sue considerazioni. Da una parte perché si muove troppo sulla casa sottovalutando che l’80 per cento degli italiani ne è proprietario e quindi percepisce male ulteriori balzelli all’orizzonte; e che invece la crisi sociale è ora ed è adesso che bisogna intervenire eliminando quanto ancora paghiamo ogni volta che facciamo un pieno di benzina.

Si tratta di comprendere il disagio di un popolo, al quale sono anni che si chiedono sacrifici, come accade dal tempo dell’esplosione della pandemia. Ora, la guerra mossa dalla Russia all’Ucraina con le conseguenze per noi in termini di ricaduta economica: ecco, da un governo serio ci si aspetta tutela dell’automobile e della casa. E non mazzate per entrambe. Sennò che ci è andato a fare Mario Draghi a Palazzo Chigi? Ad agire sulla leva fiscale sono capaci tutti.Rischia di far pentire Renzi di «averlo portato a Palazzo Chigi…».

*da ‘ IL TEMPO ‘di Roma  del 16/3/22

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