Mentre mi scorrono davanti i titoli dei telegiornali, nel pieno dell’ubriacatura da draghimania, mi fermo a riflettere e tutto appare limpido come mai fino ad oggi. Tutti i pezzi del mosaico, prima confuso, ora si incastrano a meraviglia. Il delitto perfetto che covava tra gli stucchi e gli arazzi dei salotti romani da almeno un decennio si è consumato nel giro di una settimana.

Mario Draghi, il cui curriculum viene ostentato come un mantra fino alla nausea, quando invece dovrebbe far riflettere su molte delle sue zone d’ombra (dal favore di Ciampi alla guida della BCE passando per i valzer sul panfilo Britannia dove fu svenduta l’argenteria di famiglia alla corona inglese) è nel posto che tutti gli stavano preparando. Chi? Le grandi banche d’affari anglo-americane, per le quali Mr. President è stato fidato collaboratore, la BCE di cui è stato governatore, la casta di burocrati e grand commis di Stato con cui fu in confidenza nei dieci anni al Tesoro, le borse che volano soltanto a sussurrarne il nome, lo spread, questo strano essere che fa e disfa governi con un clic senza bisogno di scomodare 60 milioni di italiani.

Mi fermo qui e mi viene pure da ridere leggendo le sparate di qualche leader politico che trancia netto il discorso con un “mai fiducia a un governo tecnico!” quando, vedrete, saranno proprio loro i primi a genuflettersi davanti a Sua Maestà che mai un Capo dello Stato così determinato, ma estremamente prudente, come Mattarella avrebbe scomodato senza la certezza dei numeri parlamentari. E ci staranno tutti, come Don Camillo e Peppone che litigavano ma poi si volevano un mondo di bene.

In politica però l’ingenuità è una aggravante e ingenui quelli che pensano che Super Mario sia di passaggio, un intermezzo prima di sedersi di nuovo sulle agognate poltrone. Draghi azzererà l’attuale classe dirigente, perché per questo è stato chiamato, come lo fece Monti, con la complicità di tutta l’insipienza e il pressappochismo di partiti di plastica e leader da operetta. Ma davvero il M5S pensava che l’Europa avrebbe consentito a Spadafora e all’Azzolina di gestire i duecento e passa miliardi del Recovery Fund? Per un momento sembrava anche possibile se non fosse arrivato il sicario perfetto, becchino alla bisogna, che a questo giro si chiama Matteo Renzi (come lo fu Gianfranco Fini nel 2010) che ha defenestrato l’Avvocato del Popolo italiano. Missione compiuta. Peggio ancora però che nella sbornia giacobina targata Grillo vi sia caduto anche il PD, l’ultimo partito, seppur sgangherato, con una vocazione nazionale e una sua storia che rischia ora, col Termidoro, di finire all’irrilevanza elettorale.

Il centrodestra avrebbe dal canto suo tra i piedi il pallone decisivo a porta vuota: mandare a mare l’ennesimo golpe e rilanciare un progetto riformista, liberale, che tuteli il risparmio, la proprietà, il lavoro come lo fu a suo tempo il PDL. Contro tutti: Confindustria, il Vaticano, la CGIL, l’Europa, il mondo intero. Alcide De Gasperi diceva che i politici guardano alle prossime elezioni, gli uomini di Stato alle future generazioni. Occorre un moto d’orgoglio consci di poter anche perdere tutto nell’immediato. Se il centrodestra saprà cogliere questa occasione c’è ancora una speranza, altrimenti non resta che aspettare il giorno delle esequie di una classe politica ormai agonizzante.

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