I primi 100 giorni di un Governo sono, da sempre, la cartina di tornasole dell’operato dello stesso tanto che è consuetudine atavica, già dalla campagna elettorale, indicare espressamente gli obiettivi programmatici dei primi tre mesi di lavoro, quasi fossero una sorta di biglietto da visita dell’esecutivo. Il Presidente del Consiglio Mario Draghi è, ad oggi, a quasi un terzo di questo percorso ma i risultati per ora latitano: il sostegno alle attività commerciali è lento, il piano vaccinale lentissimo. La maggioranza-marmellata che lo sostiene in Parlamento non sembra trovare una sintesi e la squadra dei ministri, messa insieme come quando si pretende di mescolare acqua e olio sperando di farne un composto omogeneo, palesa giorno dopo giorno tutte le proprie contraddizioni. Perché non bastano la crisi economica, la pandemia, gli inviti all’unità da parte del Colle, i diktat di banche e Unione Europea a cancellare l’essenza profonda della politica e del dibattito pubblico, che sono intrinsecamente dialettici.

Fa specie, poi, sentire il Premier, nel corso del videomessaggio registrato l’8 marzo, dire che per far fronte alle difficoltà è arrivato il momento di abbandonare le nostre identità come se la diversità di opinioni, il legittimo criticare, anche aspramente, insomma la vita democratica di questo paese dovessero essere messe in soffitta in forza di una contingenza più grande. Viene da ripensare agli infuocati dibattiti alle Houses of Parliament quando, con Londra sotto le bombe, Winston Churchill veniva infilzato dal fuoco incrociato (che nessuno risparmiava nonostante si fosse in guerra!) delle opposizioni ma che gli servì alla fine per dimostrare tutta la propria statura. Lo spirito di collaborazione e la responsabilità non implicano anestetizzare il dissenso e spegnere le minoranze. Ma la melassa disarmante di buonismo a gettone che si è creata intorno al tredicesimo apostolo fa gioco a chi da anni prepara la strada a questo Governo. Eppure è regola aura che la natura della politica è come quella dell’amore o della tosse, non si può nascondere, almeno non a lungo. Le difficoltà verranno fuori mandando in cortocircuito un esecutivo nato in laboratorio contro gli italiani e i loro interessi, su mandato della peggiore Europa e di inglesi e americani.

Tuttavia in ogni difficoltà bisogna saper cogliere l’opportunità. Al termine della legislatura una intera classe dirigente, spolpata dal sostegno prono a un governo europeista e atlantista nemico del risparmio, della proprietà privata e della libera impresa, sarà verosimilmente spazzata via e si apriranno praterie. Ma attenzione, se è vero che nella vita le variabili sono tali che aspettare è di per sé una possibilità, la politica, che non conosce il vuoto, spesso accelera improvvisamente processi che sembravano lentissimi. Occorre già da oggi iniziare a pensare al domani, ragionando sui valori che questo governo ha archiviato e che invece il mondo liberale di centrodestra aveva sempre difeso. Occorre, quindi, essere alla fermata del treno al momento giusto, col bagaglio in mano e il biglietto pagato perché questa corsa potrebbe non ripassare. Costruire un progetto serio, di lungo respiro, credibile, fatto di gente nuova, onesta e preparata. I leader che dovranno guidarlo arriveranno di conseguenza. Procedere come negli ultimi vent’anni in senso inverso farebbe la toppa peggiore del buco.

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