Settanta intellettuali europei si sono mobilitati, con un appello al presidente Putin, per salvare la vita a Navalny.

Negli stessi giorni, invece, più di centotrenta intellettuali italiani hanno lanciato una petizione per salvare il posto al ministro Speranza. L’accostamento può apparire grottesco e perfino irrispettoso, di fronte alla tragedia del leader dell’opposizione russa trasferito a IK-3, una “colonia di tortura” – così l’ha definita un suo stretto collaboratore – nel cui ospedale vengono portati i pazienti più gravi. Ma la simultaneità dei due appelli, oltre alla abissale diversità della situazione in cui versano le vittime da tutelare, non poteva passare sotto silenzio per sottolineare ancora una volta la cifra provinciale della nostra intellighenzia di sinistra, da sempre pronta a indignarsi solo per le cause sbagliate.

Basti ricordare la raccolta di firme di cinquant’anni fa che, al culmine di una vergognosa campagna d’odio, portò alla pubblicazione della “lettera aperta” pubblicata dall’Espresso e firmata da intellettuali, politici e giornalisti contro il commissario Calabresi per la morte dell’anarchico Pinelli. Le autocritiche postume non hanno certo attenuato l’enormità di quel gravissimo pronunciamento, e la delegittimazione degli avversari politici sarebbe rimasta poi una costante nei comportamenti di questo pessimo atelier del pensiero che vive da sempre nella pretesa della propria superiorità morale e culturale.

Non a caso anche la Seconda Repubblica – crollato il comunismo – è stata segnata da un lungo filo rosso che ha messo all’indice prima il Cavaliere nero e ora Salvini come nemici giurati della democrazia. Lo spettro di una restaurazione autoritaria è una teoria tenacemente sostenuta da un gruppo agguerrito di intellettuali secondo cui ormai viviamo in un’Italia “che puzza di fascismo” e in preda a un’inarrestabile deriva che, se non ha ancora rotto tutti gli argini legali, ha già demolito quelli culturali e arriverà all’approdo finale in caso di vittoria del centrodestra alle prossime politiche.

E’ il pensiero ammuffito degli epigoni del Sessantotto, che nella sua mobilitazione permanente ha sempre trovato interessate sponde nei partiti della sinistra.

E ora che è nato un governo di unità nazionale, quale migliore occasione degli attacchi a Speranza per rilanciare l’offensiva contro la destra? Le critiche di Salvini e la mozione di sfiducia presentata da Fratelli d’Italia sono evidentemente ritenute come un reato di lesa maestà nei confronti del “loro” ministro. Per questo personalità del mondo accademico, della cultura e dello spettacolo, dello sport, del mondo del lavoro hanno risposto “presente” all’appello lanciato dallo scrittore Di Giovanni sulla sua pagina Facebook con un’enfasi che rasenta la santificazione di “un Politico con la maiuscola che assomma tre requisiti fondamentali: l’assoluta onestà, limpida e totale; la passione pura per il suo lavoro, con un’applicazione incondizionata, giorno e notte; l’indiscutibile capacità, derivante da una disponibilità all’ascolto che raramente mi è capitato di incontrare”. Su questo giudizio incensatorio deve aver pesato anche l’improvvido libro scritto dal ministro, e subito ritirato per carità di patria, in cui parlava della pandemia “come occasione per costruire una nuova egemonia di sinistra”. Quella propugnata dalla improbabile armata di intellettuali e affini che, accecata dall’ideologia, non trova nemmeno una pecca nell’operato del ministro nella gestione del Covid, a partire dal giallo del rapporto Oms sul mancato aggiornamento del piano pandemico e dalla mancata proclamazione delle zone rosse ad Alzano e Nembro. Dettagli: Speranza va difeso a prescindere dagli assalti della destra. Di fronte a questa imprescindibile missione, tutto il resto è noia.

E uno Speranza vale più di cento Navalny.

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