Due bambine residenti a Piacenza portate in Africa all’inizio dell’estate dal padre per sottoporle all’infibulazione nel loro Paese di origine. Non solo: dall’inizio dell’anno le ginecologhe dei consultori familiari della provincia hanno visitato una decina di donne che avevano subito la stessa mutilazione. La notizia è rimasta confinata nelle pagine locali, ma rilancia a pieno titolo l’allarme sulla condizione in cui ancora sono costrette a vivere le donne immigrate in Italia, che spesso si trovano ad essere sottomesse più qui che nei Paesi di origine, come attestano le richieste di aiuto che raccoglie ogni giorno Acmid-Donna, l’associazione presieduta da Souad Sbai. Il quadro che ne emerge è quello di mogli, madri e figlie spesso recluse in casa e trasformate in fantasmi. Le seconde generazioni immigrate, soprattutto grazie ai social network, hanno acquisito una maggiore consapevolezza sui diritti delle donne, ma questo si scontra con le tradizioni di comunità retrive e chiuse che vedono nell’occidentalizzazione delle figlie un affronto intollerabile, che nei casi estremi viene fatto pagare con la morte, com’è accaduto sempre in Emilia alla povera Saman Abbas, uccisa dallo zio. Una delle piaghe più frequenti è l’imposizione alle adolescenti di matrimoni con uomini di età molto più avanzata, oltre, appunto, all’infibulazione, un’usanza tribale che, pur non essendo legata ad alcun precetto islamico, a volte viene “consigliata” da alcuni imam, soprattutto somali ed egiziani, per preservare “la purezza della donna”.

Nei giorni in cui l’Occidente si sta doverosamente – e purtroppo vanamente – mobilitando nel tentativo di salvare i diritti conquistati negli ultimi venti anni dalle donne afghane, il caso delle due bimbe di Piacenza infibulate non può passare sotto silenzio: “La mutilazione genitale è severamente punita in Italia grazie alla legge Consolo – ha scritto la capogruppo di Forza Italia in Senato Anna Maria Bernini – ma occorre anche una grande mobilitazione sociale e culturale per impedire il ripetersi di questi abusi commessi da famiglie di immigrati in cui nei confronti delle donne vige un regime talebano”. L’infibulazione è punita con la reclusione da quattro a dodici anni e la pena è aumentata di un terzo se la mutilazione viene compiuta su una minorenne, oltre che in tutti i casi in cui viene eseguita per fini di lucro, ma il deterrente penale non è sufficiente per chi riconosce come unica legge la Sharia e ritiene l’integrazione nella nostra cultura come un tradimento del Corano.

Anche se una stima ufficiale è impossibile, oggi in Italia ci sarebbero almeno ottantamila donne infibulate, e qualche migliaio le bambine a rischio ogni anno. Per evitare loro una mutilazione che le segnerebbe per tutta la vita, serve dunque una grande attenzione, prima che dei consultori, da parte delle maestre per cogliere i segnali di disagio delle alunne, ma in Italia sessanta bambine musulmane su cento sono costrette dai genitori ad abbandonare la scuola dell’obbligo dopo la quinta elementare per essere educate in casa secondo i precetti islamici. Ma quando si parla della condizione delle donne islamiche sulla permanente indignazione di Me Too e sinistra cala sempre, immancabilmente, un assordante silenzio.

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