Fra le molte notizie fasulle ( fake news) che popolano i media e i social d’Italia vanno di moda le cosiddette”riforme”governative. Esse nella realtà sono ancora inesistenti e i contenuti preannunciati, di modestissima entità, escludono che i futuri provvedimenti possano essere definiti “riforme”.

Per come vengono descritti essi spesso appaiono inefficaci, in direzione non consona con i bisogni da soddisfare.

In questi giorni va nei titoli di testa la questione fiscale.

Al netto delle spiegazioni dei difensori d’ufficio delle intenzioni governative, il nocciolo rimane l’eliminazione di un’aliquota d’imposte dirette ( irpef).

Vietato addentrarsi oltre per non far fuggire i 25 lettori che sono arrivati fin qui.

Proviamo a  enucleare i principi.

I bonus, le detrazioni, le riduzioni, sono  gli strumenti usati.

Nella Roma antica si concedeva il bonus delle distribuzioni gratuite di grano. Nel Medioevo il signore concedeva detrazioni alle tasse  che imponeva ai fittavoli se la prole del villano si arruolava nel suo esercito.

I sovrani concedevano riduzioni di tributi a chi -persone, categorie, territori -si fosse dimostrato loro fedele.

Coi bonus e simili  non si riforma nulla.

Sono provvisori, parziali, suonano come concessioni del sovrano e rimarcano lo status di suddito del cittadino.

E’ un metodo degli ordinamenti  totalitari  tenere legato alla propria benevolenza   il popolo vittima di tributi spesso iniqui.

In questa direzione si è mosso il governo, confermando una continuità di gestione con gli esecutivi  precedenti che sembra escludere possibili virtuosi cambiamenti.

A questo disagio che i media in massima parte  non segnalano a dovere, se ne aggiunge un altro, anch’esso visibile, tanto ingombrante quanto ignorato.

È stato reso noto che in Italia abbiamo una pressione tributaria superiore a quella della Svezia.

Secondo le più recenti rilevazioni la Svezia è la prima in Europa insieme alla Finlandia per qualità  e efficienza della pubblica amministrazione.

L’Italia, terz’ultima, 25a insieme all’Ungheria e dopo la Slovacchia.

Sarebbe come attovagliarsi nella peggiore gargotta della città e pagare un conto da 200 euro a coperto.

Qui nessuno mette mano.

Si dicono attenti agli ultimi, affermano che in Italia nessuno resta indietro.

È la verità, ma vista all’arrovescio.

Se il sig Rossi guadagna 1200 euro al mese ( il minimo di sopravvivenza  così stimato) lo stato, attento a lui come agli altri ultimi in penuria di reddito, pretende il 15%. Così il sig Rossi e gli altri non restano indietro. Ma nel pagare i balzelli.

In questo paese non esiste un limite minimo per non pagare le imposte dirette. Prima che incostituzionale è una norma inumana.

Nessuno se ne preoccupa. Nessuno protesta.

Per questo nessuno promette, fa, indíce scioperi.

Si parla di riforme e in realtà si è sul solco degli altri governi della repubblica, dove si lasciano i partiti a far scalpore sulle briciole e il governo a vantarsi di cose inesistenti.

Nonostante le Cassandre e gli pseudo esperti, la riforma del fisco non sarebbe complessa : franchigia fino al reddito di sopravvivenza;aliquote secondo le medie europee ( max 33%) ; imposizione dai comuni a crescere ( principio della sussidiarietà istituzionale e del ‘pago-vedo-voto’);criteri di spesa secondo bilancio a consuntivo, non preventivo come è oggi. Non dunque teorico ma secondo la realtà di cassa. Con qualche altro semplice accorgimento ( fondo unico per la spesa, per esempio) le risorse non solo basterebbero, avanzerebbero.

Già, ma ‘ il mondo di sopra ‘ rimarrebbe con poca lana per tessere le sue tele, senza marchingegni per gestire il proprio dominio e senza studiosi e teorici da giostrare a proprio  uso e consumo.

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