La notizia unanime connotata da toni di orgoglio è che l’Italia è capofila in Europa per tasso di crescita:  +6, 2% di PIL.

Una menzogna contrabbandata per verità è che il PIL ( prodotto interno lordo) sia il metro per misurare la crescita di un paese .

Per dirla in breve, il PIL segna il totale della ricchezza circolante in un  determinato territorio.

È un metro quantitativo che non distingue fra poste attive e passive.

Se lo scorso anno la famiglia Rossi aveva 50. 000 euro di debito e quest’anno il debito è aumentato a 100. 000, il PIL della famiglia è cresciuto del 100%.

Se invece si è ridotto a 25. 000 il PIL è diminuito del 50%.

Anche la casalinga di Voghera, la creatura di Alberto Arbasino, si domanderebbe il perchè venga usato un parametro tanto fasullo.

Risposta semplice: l’economia finanziaria, quella che specula e investe in titoli, che oggi monopolizza le scelte economiche planetarie cresce con l’aumento delle transazioni. Piu’ denaro circola piu’ saranno le risorse da impiegare nello scambio dei titoli.

Sotto questo aspetto il denaro non ha colore : che sia  a debito o a credito è indifferente.

Sono somme sul tappeto e a ogni debitore corrisponde un creditore che può investire in titoli.

Si capisce che equivoco sia affidarsi al PIL per valutare la crescita di un paese e che meccanismi inneschi l’economia speculativa.

Chi dice questo è tacitato o trascurato.

Ma uno non l’hanno potuto ignorare.

Il premio Nobel prof Giorgio Parisi alla Camera dei Deputati  lo scorso  ottobre disse “Il PIL non è una buona misura dell’economia, cattura la quantità ma non la qualità della crescita. ‘

Quel 6, 2%  sbandierato non  significa nulla.

La verità è che fra microimprese e liberi professionisti  hanno cessato l’attività in circa 500. 000, ma si reputa che i dati possano raddoppiare a causa degli aumenti energetici.

La perdita stimata di percettori di reddito fra autonomi e dipendenti è per adesso di circa 1milione e mezzo. C’è chi parla di ‘pandemia programmata di microimprese’.

A questo si aggiungano le sofferenze di piccole e medie imprese, la delocalizzazione di imprese medie e grandi a prevalente capitale straniero  e la svendita di asset strategici a fondi esteri.

Si moltiplicano  i lavori sottopagati, le famiglia in povertà totale (oltre 2 milioni), le persone in indigenza (9/11 milioni).

Aumenta chi si affida alla pubblica carità, i senza tetto, i poveri assoluti, provenienti da fasce di popolazione fino a poco tempo fa in discreto benessere.

Nello stesso tempo sono moltiplicate le ricchezze e il potere dei pochi sempre piu’ pochi.

Crescono  l’inflazione, i costi energetici, la miseria e la retorica resiliente.

I passaggi dell’inganno transitano anche dalla bufala tecnica e comunicativa del tasso si crescita basato sul PIL.

Non è difficile conoscere il vero con l’utilizzo di un’unità di misura sensata che è caduta nell’oblio.

E’ dal discorso di Robert Kennedy verso la fine degli anni 60 che la miglior politica democratica ha messo in soffitta il metro del PIL. La postdemocrazia finanziarista l’ha per suo comodo resuscitato.

La crescita si misura in occupazione, investimenti innovativi e strutturali, in efficienza e giusto costo dei servizi, nella diminuzione del tasso di povertà, dall’efficacia della rete sociosanitaria, in qualità della vita e dell’ambiente, nella tutela dei diritti, nel funzionamento della cosa pubblica e nella destinazione della spesa . Poi interviene anche la ricchezza ma non quantitativa, attivo e passivo , ma qualitativa, attiva, funzionale, finalizzata.

Gia’ ma questi sono parametri per un ordinamento a democrazia liberale e non per comunita’ sottoposte a regime postdemocratico e totalitario.

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